IL MIO SECONDO ROMANZO

Il mio secondo romanzo s'intitola La gabbia criminale, disponibile in libreria da metà ottobre 2010. Editore: Eclissi Editrice. Per saperne di più clicca qui: La gabbia criminale.

IL BOOK-TRAILER DE LA FOSSA COMUNE

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giovedì 26 marzo 2009

Nuovo racconto: Milano, capitale morale d'Italia


- Ehi … come va?
 
Chi è? Non riesco a parlare, ho la bocca gonfia, e se mi muovo impazzisco dal dolore.
Che cosa è successo? Ho la testa che mi scoppia, che mi è successo? Ricordo solo due tizi che mi hanno tirato fuori dalla macchina e mi hanno riempito di botte, poi … poi niente. E questo chi è, che cosa vuole … 

Sono in due dentro al bar, stanno bevendo una birra, il bar sta per chiudere, ma loro se ne fregano. Uno ha una croce celtica al collo, l’altro ha i capelli corti che gli disegnano una svastica in testa. Ridono, forza dobbiamo chiudere, dice l’uomo dietro il bancone, ma vaffa’n culo, cos’è, hai tua moglie che ti aspetta in piedi col bastone? e giù sghignazzi. Cominciano una gara di rutti, il barista è nervoso, è da solo, anche se sono solo le dieci non c’è nessuno in giro. Sembra notte fonda, è novembre avanzato e una timida nebbia comincia a creare un alone misterioso attorno al lampione di fuori. D’altra parte è la Milano del 2012, mica quella di quarant’anni fa, con la gente che affollava i trani fino all’una di notte. 

- Chiamo un’ambulanza, aspetti, non può stare in queste condizioni, dove abita?

Dove cazzo vuoi abiti, deficiente. Abito qui. Ma che cosa sta facendo? Mi frega il portafoglio, mi frega! Mi vien da ridere, non c’è un euro che sia uno, eh!

- Scusi, sa, sto cercando un documento. Ah, ecco. Carlo Morosini, via Gulli al 18.
- No! – riesco a dire, più gesticolando che con la voce – no … non abito più là. E non voglio andare in ospedale, no …
- Perché no? Non sei mica un irregolare, che se vai dal medico ti denunciano e ti spediscono in un centro per immigrati clandestini!
- No, per favore … lasciami qui, sto meglio, davvero, grazie.

Mi rialzo a fatica, stringendo i denti, ma non voglio fargli capire che sto da cani, che quei bastardi mi hanno riempito di calci dappertutto.

- Ma scusa, lasciarti qui! Sei a cinque chilometri da casa tua, come fai?
- Senti, grazie, però adesso non rompermi i coglioni. Grazie. Va’ fuori dalle balle.

L’altro è incerto, non sa che fare. A un certo punto mi dice:

- Dai, vieni con me, ti porto al caldo, così bevi qualcosa e poi vediamo. Io mi chiamo Alberto, e tu sei Carlo, giusto?, l’ho vista nella carta d’identità. 


- Ehi! Guarda lì quel barbone che abbiamo massacrato di botte!
- E’ ancora vivo a quanto pare. Chi cazzo è che se lo sta portando via, quel rottame! Ehi, coglione, molla giù quel sacco di merda!
- Dai che gli diamo fuoco! 


Alberto ce la fa a portarmi nella sua macchina, una Peugeot 207 tutta ammaccata. Mi siedo a fianco a lui tra mille sofferenze, bestemmiando in silenzio e maledicendo Milano. Quella Milano che amavo, che mi dava un sacco di soddisfazioni. Io, rampante promessa di una importante società di costruzioni … 

- Dottor Morosini, lo legge anche lei sui giornali. E noi ne subiamo le conseguenze. Fino a ieri abbiamo tenuto duro, ma capisce anche lei che con questo mercato qui … insomma, a Milano non si costruisce più niente, e neanche fuori, speravamo con l’Expo, ma si è mangiato tutto il Ligresti, anche se col casino che c’è i famosi miliardi promessi nessuno li ha visti ... Sì, lo so che non è giusto, lo so anch’io che una politica miope, la loro, ma che dobbiamo fare? Andare lì col mitra? A volte mi verrebbe la voglia, sa, ma che cosa otterremmo … 

Sorrideva, quella bestia. Era molto imbarazzato, forse sorrideva proprio per l’imbarazzo, una specie di tic nervoso. Fatto sta che dopo due settimane ero fuori. Fuori. Mi sembrava impossibile. E la mia vita è cambiata. Niente più pranzi al ristorante, niente più viaggi last-minute a Sharm, niente di niente. Anzi … 

In fondo non si sta poi malissimo, qui. Mi vien quasi da ridere pensando che il SUV che adesso è la mia casa me l’ero comprato per far mangiare la polvere a quei disgraziati che con le loro macchinine ansavano lenti su due file nella circonvallazione. Pista, aria, sfigati! gli gridavo pestando sul clacson. Una volta un vigile mi ha fermato per darmi la multa, quasi mi arrestavano dal casino che avevo fatto! E adesso sono qua, ci dormo dentro, almeno le coperte quella stronza di mia moglie (ex moglie, per la verità) mi ha permesso di portarmele via. E pensare che la casa l’avevo comprata io!, indebitandomi fino al collo, e quando la banca mi ha costretto a rientrare del finanziamento mi son dovuto mangiare tutta la liquidazione, rimanendo senza un euro in tasca. Che schifo, bastardi delinquenti assassini! Come se non fossi stato in grado di trovarmi un altro lavoro, mica siamo in Africa, cazzo! Qui chi vale va avanti, e gli altri si fottano, si fott … Avevo però fatto male i conti. La crisi del 2009 era solo agli inizi, nei due anni successivi masse di disoccupati avrebbero fatto la loro apparizione, casse integrazione a manetta, ferie forzate, le mense dei preti assediate da masse cenciose, immigrati a fianco di operai e impiegati, e di quadri … come me! 

Quanto tempo è che non la faccio andare, questa fortezza di macchina? Due anni? Tre? Ho perso il conto. Ormai c’è una puzza da far schifo, qui dentro, i finestrini sono appannati, per fortuna, così non mi vede nessuno … Piazza Aspromonte di notte è un via vai di negri e di froci, ci mancherebbe solo che mi venissero a dare fastidio. Quello che proprio mi disturba è questo grattarmi continuo. Vado nei cessi della stazione a lavarmi, ma a volte me lo dimentico, poi questo cespuglio secco che ho in testa non mi dà pace. La barba me la rado ogni settimana, e va bene, ma è il resto che non sopporto, i vestiti ormai sporchi, la manica strappata … Ne ho provate tante di mense, ma quella del Cardinal Ferrari è la meglio, solo che c’è troppa gente, si mangia stretti, con la puzza degli altri che si mescola alla mia, soprattutto la puzza dei neri e di quegli arabi che pregano col culo per aria. 

Dove mi sta portando questo Alberto? Mi pare che stia andando alla Bovisa, faccio fatica a raccapezzarmi, ho un fuoco che mi esplode in testa, il labbro spaccato e un male ai fianchi che mi impedisce di starmene fermo, mi muovo di continuo per trovare una posizione che mi faccia passare il dolore ma niente, mi lamento, e Alberto mi dice dai, sta’ buono, che siamo quasi arrivati. Non c’è un cane in giro, tutti se ne stanno tappati in casa, impauriti, ferocemente sospettosi, magari a guardarsi l’ottantesima edizione del Grande Fratello! 

Un cancello su una via che non riconosco, Alberto suona il campanello ed entriamo. Buio pesto, una sorta di vialetto pieno di pietre, macerie, sterpaglia, sembra un cantiere edilizio in disuso, io me ne intendo!, un edificio in fondo, grande, una macchia nera che si confonde col buio della notte, con grandi finestre da cui esce una flebile luce. La porta dell’edificio si apre, e un nero alto e minaccioso ci accoglie con un gesto secco. Ho paura, dove stracazzo siamo?, c’è un bancone sulla destra, dove spillano la birra, molte tavolate nell’ampia sala, c’è un mare di gente, uomini e donne, molti neri, sudamericani (almeno credo), bianchi, giovani e meno giovani, che bevono, leggono, parlano, discutono … sulla sinistra una sorta di palco, che sembra approntato per ospitare dei concerti, grandi casse acustiche, microfoni, una chitarra appoggiata su una sedia … e in fondo una biblioteca che copre l’intera parete con un mare di libri. 

- Ma dove siamo? – bofonchio
- Benvenuto nel centro sociale Mario Ferrandi, l’ultimo rimasto dopo la piazza pulita che ha fatto De Corato!
- Chi, il vicesindaco?
- E chi sennò. 

Un centro sociale! 

- Ma che fate qui? Ci dormite pure?
- Di solito no, di solito organizziamo concerti, ospitiamo dibattiti, letture, studiamo, ascoltiamo musica, giochiamo a carte … poi ce ne andiamo a casa nostra, si fa per dire, qui rimangono solo due o tre persone a fare la guardia. Stasera però ci siamo tutti, perché domattina vogliono sgomberare anche noi. Dice che questo è un covo delle brigate rosse, o racconta palle per giustificare la sua furia o si vede che non ha capito un cazzo di che cosa è diventata Milano, soprattutto con questa crisi che ci massacra da tre anni … Dai, prendi una birra. Ti fa ancora male? Quei bastardi infami! Ti volevano ammazzare!
- Pare proprio di sì … ma domani vado dai carabinieri …
- Ma ci sei o ci fai? Non ti scomodare, i caramba verranno qui loro, domani mattina. Anche se mi sa che avranno altro da fare che ascoltare te! 

Non so che pensare. Giro tra i tavoli, ci sono animate discussioni di cui capisco ben poco. Parlano di come organizzarsi per difendersi, ma anche dell’assassinio di Obama di un mese fa, della terza intifada in Israele che è appena cominciata, della fabbrica occupata in via Rubattino e delle cariche della polizia … Mi si avvicina uno, lo sento chiamare Mario, è un po’ fumato, e comincia a declamare, senza fermarsi, il Grande Fratello, capisci, come Anche i ricchi piangono, o Saranno famosi prima di loro, è parte di un sistema di format imperialisti USA a diffusione imperiale, lo trovi uguale in Corea, in Canada o in Egitto, capisci, perché il loro scopo è colonizzare subliminalmente la mente del parco buoi, della massa lumpen-cetomedio imperiale e convogliarla giù dal burrone come una mandria di bisonti, consumisti, vendicatori di fame contadina atavica, cultori parossistici della propria improbabile importanza personale, capisci … ma chi sei? Da dove vieni? Sei venuto a darci una mano contro la milizia armata dell’impero che domani verrà a massacrarci? Dai, parco buoi, che ti trovo un posto per dormire. Beviti un’altra birra, dobbiamo farla fuori tutta, ché domani qui ci saranno solo lacrime e sangue! 

Sono qui, su una branda improvvisata, e sento una grande nostalgia del mio SUV, che mi protegge da tutto. Adesso il dolore è un po’ passato, mi sono anche sommariamente lavato. Solo il labbro è ancora gonfio. Non so che cosa fare. Non c’entro niente io, con questi disperati … Per me questa di barbone è una situazione passeggera, ne sono certo, ho una professionalità, io, e prima o poi ci sarà occasione di farla valere. Mi si accappona la pelle. Domattina presto uscirò di qui, prima che arrivi la polizia, non voglio trovarmi in mezzo a ‘sta gente, al casino che combineranno, io … 

Ma non faccio a tempo. Non è ancora l’alba che fuori si sentono arrivare le camionette piene di poliziotti. Saltano giù come razzi, equipaggiati come tanti robocop, in assetto antiguerriglia, con le tute nere e i caschi con la visiera, come avevo visto alla televisione tanti anni prima, a Genova nel 2001. Un tipo col megafono vestito in borghese ci intima di sgomberare o darà l’ordine di costringerci con la forza. Cento vaffa’nculo risuonano all’unisono, come un boato. Escono tutti fuori, donne e uomini, a fare muraglia, solo io resto dentro, ancora dolorante e paralizzato dalla paura. Due eserciti in miniatura, uno di fronte all’altro. Da una parte l’esercito in nero, indifferenziato, armato di tutto punto, che batte all’unisono i manganelli sugli scudi, dall’altra una moltitudine multicolore di individui armati di sassi, di rabbia e di parole. Grida da entrambe le parti, prima isolate, poi sempre più massicce. Partono le prime sassate, cui l’esercito in nero risponde con lanci di candelotti lacrimogeni, ad altezza d’uomo. Uno di questi finisce dentro la casa, l’aria si riempie di una sostanza che mi fa lacrimare, che mi entra dentro nei polmoni, non respiro più, mi sento soffocare, mi precipito fuori nel fumo denso della guerriglia, oltrepasso la muraglia colorata, corro verso i liberatori con le braccia alzate, non sparate, urlo, non sparate, io non c’entro! 

Forse ho corso troppo forte. Qualcuno avrà pensato che tenessi in mano chissà che cosa. Qualcuno avrà avuto paura e ha sparato. Una pallottola mi entra dritto nel cuore. Mi fermo, incredulo. Tutto il mondo si ferma intorno a me. Tutto rallentato, dilatato … Anche le urla mi arrivano attutite. Poi silenzio. Un silenzio assoluto. Mi ha sparato. Ha sparato a me. A me. Ma che cazz … Cado a terra come un sacco e non sento più nulla. Definitivamente. 

Il boato ricomincia, improvviso. Corpi che cozzano contro gli scudi e le armature, teste spaccate dai manganelli, fumo, spari, donne trascinate per i capelli, visiere frantumate dai sassi, sangue che cola dai visi … 

E’ notte. L’edificio è immerso nel buio. Le finestre distrutte lo fanno sembrare un teschio con le orbite vuote. Neppure il miagolìo di un gatto, un silenzio di tomba pervade il fabbricato e tutta la zona intorno, solo il freddo entra indisturbato, con uno strano fruscìo. Improvvisamente, come a un tacito segnale, il fruscìo diventa sempre più marcato, e qualcosa si muove. E’ un’ombra che esce da una finestra, poi due, poi tre. Poi dieci, venti, cento. Si calano all’esterno, senza rumore, indistinguibili, percorrono in fretta il vialetto, oltrepassano il cancello divelto. La fioca luce dei lampioni ora li rischiara, è una moltitudine ormai, una moltitudine multicolore che monta passo dopo passo, fino a dilagare nella città.

Domani Milano si sveglierà, e nulla sarà più lo stesso.

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