IL MIO SECONDO ROMANZO

Il mio secondo romanzo s'intitola La gabbia criminale, disponibile in libreria da metà ottobre 2010. Editore: Eclissi Editrice. Per saperne di più clicca qui: La gabbia criminale.

IL BOOK-TRAILER DE LA FOSSA COMUNE

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martedì 12 ottobre 2010

Sul Romanzo: un caso di censura on line

Sul Romanzo: un blog ormai molto conosciuto e frequentato dove Morgan Palmas sei giorni su sette parla di letteratura e di tutto quanto ha a che fare con la letteratura.
A marzo di quest’anno gli capita, tra le altre cose, di pubblicare un’intervista con l’autrice di una tesi universitaria. Nell’intervista quest’ultima denuncia che la sua tesi è stata copiata per una pubblicazione cartacea da una docente universitaria, che a suo tempo era stata correlatrice di laurea.
Ovviamente Morgan dà la massima pubblicità a una vicenda che si prospetta di una gravità inaudita, la stessa è ripresa anche dall’Espresso. Nel suo post, correttamente, Morgan dichiara che “lo spazio di confronto sarà disponibile per tutti i nomi coinvolti”. Invece di utilizzare il loro diritto di replica, che fanno i docenti coinvolti? Lo denunciano! Denunciano lui, tanto che per ordine della Polizia di Stato Google gli oscura un post relativo alla querelle in attesa di accertamenti. Senza alcuna sentenza, quindi, da parte di un giudice.
E’ una storia che preoccupa molto. Si denuncia un sito per aver messo a disposizione il suo spazio per raccontare una storia di plagio, concedendo ovviamente il massimo diritto di replica. Parliamo spesso, e a ragione, dei pericoli che sta correndo la libertà d’informazione. Ecco un caso concreto su cui mobilitarsi.
Potete trovare tutte le informazioni del caso su:

venerdì 17 settembre 2010

LA PASSIONE PER IL DELITTO 2010

LA PASSIONE PER IL DELITTO

Libri e autori tra giallo e noir
Dal 2002 a Villa Greppi di Monticello Brianza (Lecco)
Due settimane di incontri e iniziative

NONA EDIZIONE
DAL 26 SETTEMBRE AL 10 OTTOBRE 2010
www.lapassioneperildelitto.it


venerdì 20 agosto 2010

CITTA' CONTRO, terminato il nuovo noir

Ho finito il noir "Città contro", che ora passa alla fase di editing! Lo scenario del romanzo è il mondo dell'immigrazione nel trevigiano, tra imprenditori senza scrupoli, racket criminali, campi di migranti gestiti da ong generose ma sospettate, dalle istituzioni e dalla cittadinanza, di favorire il reato di clandestinità. Due omicidi daranno il via a un vortice di indagini e di avvenimenti che porterà alla luce tutto il marcio che si annida nelle parole d'ordine dei sedicenti alfieri dellasicurezza e della lotta all'immigrazione.

Il romanzo vede in azione alcuni dei protagonisti del mio romanzo precedente, La gabbia criminale, del quale è una sorta di sequel: Alberto Sartini, insegnate di filosofia in pensione, sua sorella Giovanna, e la splendida moglie Valentina. Ma molti altri personaggi fanno qui la loro comparsa: il sostituto procuratore Giancarlo Conte, il commissario Antonio Gragnaniello, Moussa il senegalese, Betti, la ragazza di provincia catapultata in vicende più grandi di lei, Piero il barbone, Mihai il rumeno esperto di software, don Vittorio Ruffini, capo della ong Santa Maria Immacolata, Paolo Candiani, medico, Marco Federgnani e la sua impresa edile, e un mondo di comprimari a popolare il mosaico dei migranti, da Khalid il capovillaggio, a Selim, a Modibo, l'africano del Mali dal volto devastato a causa di un incendio.

venerdì 9 luglio 2010

COPIE OMAGGIO

Dal blog di Giuliano Pavone: http://leroedeiduemari.blog.marsilioeditori.it/2010/07/09/copie-omaggio/#comment-44


Milano, una qualsiasi occasione sociale.

Giuliano: piacere, Giuliano.
Interlocutore generico: piacere, Interlocutore Generico.
Giuliano: e… di cosa ti occupi? (a Milano è la prima domanda)
Interlocutore generico: faccio l’ avvocato/il mellonaro/il prete laico/il guardiano dei cessi in autostrada. E tu?
Giuliano: mah, collaboro con dei giornali, scrivo… a settembre esce anche il mio primo romanzo.
Interlocutore generico: ah, bello! Allora quando esce mi regali una copia…
Giuliano: sì, lo farò volentieri quando tu mi regalerai una consulenza legale/un mellone/un’indulgenza/una pisciata.

DIFENDI GLI SCRITTORI ESORDIENTI. COMBATTI ANCHE TU LA PIAGA DEGLI SCROCCONI DI LIBRI.

mercoledì 7 luglio 2010

Beviamo un bicchiere assieme mentre parliamo di libri?

In attesa dell'uscita del mio nuovo romanzo "La gabbia criminale" (Eclissi Editrice), prevista per il prossimo ottobre, lunedì 19 luglio, alle ore 19:00, sono al locale "La Vineria" di Milano  a presentare il mio "La fossa comune". Se qualcuno passa da quelle parti, magari si degusta un bicchiere di buon vino assieme.

venerdì 18 giugno 2010

MELEGNANO NOIR

Melegnano Noir, il festival letterario dedicato al mondo giallo si terrà a Melegnano (Mi) da giovedì 24 a sabato 26 giugno 2010. 

Venti eventi (incontri con autori, concerti, bookcrossing, mostre, giochi) dedicati al mondo noir.

Sabato 26 alle 17:30 presenterò il mio La fossa comune.
Per le news e il programma cliccate QUI

venerdì 2 aprile 2010

IL GOVERNO HA TOLTO LE TARIFFE POSTALI AGEVOLATE PER I LIBRI!

Purtroppo i governi quando riempiono i telegiornali e i talk-show di aria fritta e rifritta come riforme e abbassamento delle tasse, è perché stanno attuando provvedimenti economicamente rovinosi ai danni dei cittadini. Ecco allora che ci ritroviamo un forte rincaro sul gas e sulla benzina (per dirne una) e l'incredibile taglio dei fondi per le spedizioni dei libri. Il taglio dei fondi implica un aumento per gli operatori che va dal doppio fino a sette volte la spesa di spedizione ( i pacchi ad esempio di 2,8 kg passano da 1 euro circa a 7 euro) e nei prossimi giorni gli utenti che acquisteranno libri si ritroveranno un costo delle spese di spedizione come minimo raddoppiato.
Il problema riguarderà tutti i fruitori di libri (tutti noi lettori) e sarà grave per tutti i produttori e promotori (dall'autore al distributore) di opere intellettuali tipo libri, riviste, quotidiani, ecc.
L'AIE e Fidare sono fortemente indignate e stanno agendo; dobbiamo però dare una mano tutti per raggiungere il risultato del ritiro di questo assurdo provvedimento. Tagli sulla cultura così repentini e 'decadenti' non possono secondo noi essere accettati da un popolo civile.
Se lo condividete, diffondete questo testo a tappeto su facebook e mediante tutti i vostri canali.

lunedì 29 marzo 2010

INTERVISTA SU "SCRITTORI D'ITALIA"

Scrittori d'Italia mi ha intervistato. Per leggere l'intervista clicca qui

venerdì 12 marzo 2010

IL MIO SECONDO ROMANZO ...


... uscirà a ottobre con Eclissi Editrice di Milano: http://www.eclissieditrice.com. L'annuncio qui

venerdì 5 marzo 2010

14 MARZO: PRESENTAZIONE DE "LA FOSSA COMUNE" AL PUNTO PERO


Domenica 14 marzo alle ore 10:45 al centro polifunzionale PuntoPero in via Sempione 70 - Pero (MI), nell'ambito degli Aperitivi letterari, presenterò il mio "La fossa comune". 

Maggiori informazioni su: http://puntopero.wordpress.com/2010/03/04/aperitivi-letterari-primavera-2010/

mercoledì 13 gennaio 2010

Racconto inedito: "L'UOMO CHE GUARDA"

La prima frase del racconto è tratta dall'incipit di un famoso romanzo del Novecento. Chi lo indovina?
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Oggi la mamma è morta. La telefonata dall’ospedale mi è arrivata verso l’una  del pomeriggio, quando stavo guardando il telegiornale. Come sempre, sentivo i suoni delle parole della speaker, ma soprattutto osservavo la sua faccia un po’ truce, seguivo i movimenti delle labbra e ogni tanto mi incantavo sul suo sguardo allucinato. E’ vestita strana, la tipa, con una giacca a righe verticali bianche e verdi, una collana etnica enorme, due orecchini di metallo pesanti che le trascinano verso il basso i lobi degli orecchi. Mi ero alzato dal divano per andare in bagno quando la soneria del telefono ha cominciato a trillare con insistenza. Sul display un numero che non conoscevo, e non ho risposto. Per fortuna ha smesso. Ma solo per poco, dopo qualche secondo quel suono insistente e petulante ha ripreso a tormentarmi i timpani, alla fine ho ceduto. 

La mamma è morta, mi hanno detto. E io sono qui che mi guardo attorno, nell’unica stanza del mio appartamento. C’è molto disordine, molti piatti sporchi sul lavello nell’angolo cottura, la donna delle pulizie arriva domani, viene una volta alla settimana, il lunedì, peccato che mia madre sia morta proprio oggi, se fosse morta domani o martedì almeno la casa sarebbe stata un po’ più in ordine, e poi non ho camicie stirate, anzi, per fortuna me ne sono ricordato, devo metterle in lavatrice ché sennò per domani non saranno asciutte e la donna non le potrà stirare. Sto lì a fissare la lavatrice per un po’. Oggi pomeriggio dovrò anche farmi vedere all’ospedale, immagino che ci siano delle pratiche burocratiche da sbrigare, e io sono l’unico parente in vita della mamma. Solo che fa un caldo tremendo, afoso, anche se siamo già in ottobre. Le imposte sono socchiuse, per non fare entrare il sole, guardo giù ma non c’è quasi nessuno per la via, solo un cane che ansima sul portone del palazzo di fronte. D’altronde è domenica, chi è così pazzo da andarsene in giro con questa canicola infernale. Mi stendo sul divano e mi accendo una sigaretta, e mi incanto a osservare le nuvolette di fumo che escono dalla mia bocca aperta, si muovono lente, sensuali, quasi estenuate anch’esse dalla temperatura e dall’umidità, non riescono nemmeno a salire su fino al soffitto, si perdono a metà, come se ci fosse una barriera che cercano di superare scivolando sotto, per trovare un passaggio da cui poi riprendere il cammino verso l’alto. Ma non c’è alcun passaggio, e il fumo si ferma lì, a mezz’aria, dissolvendosi poi in un’atmosfera grigiastra uniforme che invade tutta la stanza, me stesso e i miei polmoni. Quasi fosse un liquido amniotico, la cui funzione però non è tenere in vita, bensì accompagnare verso il nulla. O verso il tutto, che è la stessa cosa. L’ineluttabile processo dell’entropia.

All’ospedale mia madre non me la fanno nemmeno vedere, per domattina allestiranno la camera ardente, e per un’oretta mi dicono che potrò stare con lei. Mi fanno firmare un sacco di carte, e io firmo, diligente, l’impiegata è gentile, mi guarda amorevolmente, coraggio, mi dice, mentre mi prende di mano i fogli che ho riempito di scarabocchi. Io abbozzo un sorriso di circostanza, mi osservo le mani e mi accorgo che mi hanno dato una biro che spande l’inchiostro e sporca le dita, ci sono macchie violacee sulle unghie e sulle falangi. Meccanicamente sollevo la mano destra e la tendo verso la donna tutta vestita di bianco dall’altra parte del bancone, come per farle notare che cosa mi è successo, e lei si ritrae, con un lieve grido, forse teme che la insudici, o forse ha paura di come ora la sto fissando, la scopro inquieta, gli occhi che vagano da una parte all’altra, le do subito dei fazzoletti di carta, mi dice in fretta, li cerca sotto il bancone, ma evidentemente non li trova, è agitata, poveretta, impreparata, e io me ne sto lì, fermo, immobile, in attesa, mentre ne studio i lineamenti, le gote rosse, la ciocca di capelli che spunta dal berrettino bianco che ha sulla testa. Gli occhi sono color nocciola, banali, senza luce, opachi come i fazzoletti che finalmente mi porge, scusandosi per l’inconveniente, non fa nulla, la rassicuro, sono cose che capitano, e la compiango per quel suo affannarsi e per il disagio che mi butta in faccia senza alcun pudore.

A pomeriggio inoltrato sono nell’appartamento della mamma e mi faccio una birra. Spalanco le finestre e resto in mutande e in maglietta, tutto in questa casa è in un ordine perfetto, non una cosa fuori posto, la cera che brilla sui pavimenti. Mi sporgo dalla finestra a contemplare dall’ottavo piano il formicolio che pervade la strada giù in basso, e volute di caldo malsano spurgano dall’asfalto salendo fino in cima, a stordirmi. Finisco la birra con un lungo sorso, respiro forte, un paio di rutti e vago indolente per le stanze.

La camera da letto di mia madre. Lo scrigno è là, in bella vista sul comò, sopra un centrino di pizzo, lei ci ha messo la fede di papà quand’è morto, tre anni fa, in novembre. La sua cosa più preziosa, diceva. Lo apro. La fede c’è ancora, e magari domani ci metterò pure quella della mamma, è tutto ciò che terrò di loro, mi dico, il resto in discarica, rimarranno solo le due fedi. Non so perché mi è venuta questa idea, non c’è un motivo preciso, magari getterò via tutto. Scuoto il capo e mi accendo una sigaretta, non vedo un posacenere in giro, ma è lo stesso, butterò la cenere per terra, sul parquet, nel silenzio attonito di questi muri che percorro lentamente con lo sguardo, con il santino del papa e il paesaggio dipinto da papà incorniciati tra la porta e l’armadio di noce. Muri che riflettevano impassibili i suoni della voce di mia madre, che anche in ospedale parlava parlava parlava, di cose senza senso, l’impegno, la responsabilità, la famiglia, i figli, lo status sociale. Di mio padre che si era fatto un mazzo così per garantire a tutti noi una posizione rispettabile nella società. Della mia incomprensibile abulia. Qualche giorno fa mi ricordava che mancava solo un mese all’anniversario della morte di papà, e che bisognava preparare tutto per bene, invitare i parenti e prenotare la messa in suffragio. Precisa, puntuale, le sue cazzate in cima a ogni priorità, le date e le scadenze innanzi tutto. E io sì, mamma, non ti preoccupare, sta’ tranquilla. Già. Date, scadenze, cose da fare. Io invece sono uno che guarda. Fisso la brace sulla punta della sigaretta e mi viene da ridere. Mi lascio cadere sul letto e rido, rido, ché solo giovedì scorso con mia madre ancora si parlava dello scrigno con la fede, di un mese, novembre, e di un anniversario. Il terzo.

lunedì 9 novembre 2009

SENZA NOME - racconto inedito

Non mi è mai piaciuto comprare roba usata, ma quella borsa di El Campero mi ha subito conquistato. Bella, ben conservata, pelle solida, cuciture robuste, rivestimento interno con un tessuto a fiori discreto ed elegante. Degli anni Settanta, mi ha detto la signora dalla gonna lunga e i capelli grigi, gli occhi azzurri e sorridenti, che stava dall’altra parte della bancarella. Io vado pazza per le borse, ne avrò quaranta stipate nell’armadio, e non ho saputo resistere. Sarà stata l’aria festosa della fiera dell’antiquariato, o la luce radente del tardo pomeriggio domenicale che illuminava di sbieco i Navigli, fatto sta che me ne sono subito impadronita senza neppure tirare sul prezzo.

- Ho fatto acquisti! – trillo di gioia mentre sto aprendo la porta di casa e mi accoglie il profumo forte e aromatico della pipa di Guido. – Guarda che meraviglia!
Guido è ancora lì, dove l’ho lasciato tre ore fa, al computer, a scrivere la sua relazione per il consiglio di amministrazione di domani e non solleva neppure lo sguardo dallo schermo.
- Oh, smettila, dacci almeno un occhio!
Gliela metto davanti al naso, lui la sfiora con la mano.
- Bella, sì.
- Eh? mi mancava proprio una così.
- Se adesso che hai trent’anni ne hai così tante, di borse, quando sarai una sessantenne quante ne avrai? Dovremo prendere una casa più grande solo per quelle.
In un altro momento gli avrei risposto per le rime, ma adesso sono troppo eccitata per il mio acquisto, non gli bado neppure e corro in camera a studiare i particolari di quel meraviglioso manufatto. L’accarezzo, palpeggio la morbidezza della pelle, la tengo in mano mentre passeggio su e giù sul parquet, mi siedo sul letto, la apro, ne scopro le tasche interne, faccio scorrere uno zip, poi l’altro…


Una fotografia! Ma guarda… Che bell’uomo. Se non fosse per la data direi che somiglia a Guido. E’ impossibile, ovviamente, dieci giugno del settantatre, Guido è nato l’anno dopo! Certo che la somiglianza è straordinaria, alle volte uno non ci pensa ma chissà quanti sosia ci sono in giro di ciascuno di noi.

Più tardi, a cena, anche Guido prende in mano per un istante quella fotografia sbiadita, ma dice di non notare alcuna somiglianza. Io invece lo osservo con attenzione, quel trentenne dai capelli lunghi e la barba, sguardo intelligente, maglione col collo alto e jeans, poi mi concentro sulla faccia di Guido, e cerco di immaginarmelo acconciato anche lui in quel modo.
- Ti piacerebbe essere vissuto allora? – gli chiedo.
Lui ci pensa un attimo, una ruga gli passa sulla fronte, poi mi risponde che è una domanda senza senso, uno vive quando gli tocca, in un altrove temporale lui non sarebbe mai potuto esistere né mai potrà farlo, non riesce nemmeno a concepirlo, tanto diverse sono le situazioni.
- Beh, dicevo così, tanto per parlare – faccio io, contrita e leggermente stizzita per la sua reazione. Ma Guido è così, solido, concreto. Proprio figlio del suo tempo.
Lui si accorge che mi ha un po’ frastornata e sorridendo mi dice:
- Pensa che non c’erano né i computer, né la posta elettronica né i cellulari… Non ci saremmo neppure potuti conoscere! E poi, un periodo come quello, pieno di disordine e di violenza, ma per carità…
Gli accarezzo la mano, lui mi guarda, solleva leggermente un sopracciglio, mi fa un buffetto sulla guancia, si alza e se ne va a lavorare.

Sul retro della foto c’è qualcosa, un nome, una frase, ma non riesco a leggerla, è cancellata da tratti di biro fitti fitti, quasi rabbiosi. Rigiro tra le mani quel cartoncino vecchio di trentasei anni. Mi intriga, non c’è che dire, e mi viene un’idea. Mentre Guido torna al suo posto di lavoro io vado nel mio studio, accendo il computer e scansiono la foto e il retro. La frase mi accorgo che è scritta con un inchiostro blu, mentre i tratti che l’hanno coperta sono neri. Carico il programma PhotoControl, e gli dico di fare sparire il nero. Il programma prontamente esegue, però si capisce ancora poco, compaiono solo piccoli tratti e puntini blu, difficile risalire a qualcosa di comprensibile, scritto per di più in corsivo… Ci vorrebbe un sistema esperto che cercasse di interpretare quell’insieme di segni e mi proponesse alcune alternative… Domani chiedo a Francesco, il mio collega che si occupa di intelligenza artificiale. D’altronde lavoro in una società di informatica, no? Anzi, gli mando subito una mail, lui ci gode con queste cose, magari riesce a tirare fuori qualche risultato. E a dare un nome a questo bel ragazzo degli anni ’70.

Di chi sarà mai questa borsa? Chi è l’uomo della foto, che fine avrà fatto, adesso avrà quasi settant’anni, coi capelli bianchi, se ne starà tranquillo in una casa di campagna dove ogni tanto lo andranno a trovare i suoi figli e i nipoti, la borsa sarà stata di sua moglie, forse è morta, per questo ho trovato la borsa al mercatino, o forse è morto anche lui e i figli si sono disfatti di tutte le cianfrusaglie che lui si teneva in casa per ricordo, ché quando conservi così gelosamente le cose vuol dire che stai proprio invecchiando, e non te ne importa nulla di rinnovare il mondo che ti circonda, ché la vita ormai l’hai vissuta. Mi prende una stretta al cuore mentre vado nella nostra camera da letto e a luce spenta rimetto la foto nella borsa che poi appoggio sulla cassettiera, la borsa tutt’a un tratto è pesante, non è gioiosa come quando l’ho presa al mercatino, è come se avesse voglia di nascondersi, di celarsi alla vista, forse perché le ho strappato il segreto della fotografia che ha conservato per tanti anni, troppi anni, anche se non mi sembra possibile che qualcuno l’abbia usata per tutto quel tempo senza accorgersene, forse ha di proposito lasciato lì la foto, nella sua tasca interna, magari in un qualche momento della vita aveva ripudiato quell’uomo e aveva voluto cancellarlo dalla faccia della terra, poi però non se l’è sentita di eliminarlo davvero e l’ha conservato in un posto dove non fosse costretta a vederlo, ma con la consapevolezza che comunque c’era, era vicino, nonostante tutto quello che potesse essere successo. Ho il cuore gonfio di una strana inquietudine, sarà il buio della notte, il silenzio della nostra casa isolata, il chiarore lieve che filtra dal soggiorno nel quale Guido sta lavorando alla luce di una lampada da tavolo, un’inquietudine fatta soprattutto di malinconia, mi piacerebbe che Guido smettesse di battere sui tasti del computer e venisse qui da me, per andare insieme sotto le coperte e fare l’amore a lungo, vorrei davvero perdermi nella dimensione senza tempo di un abbraccio, e mi scende un brivido giù per la schiena quando mi accorgo che la borsa è lì, come se mi stesse fissando, come se volesse dirmi qualcosa, e meccanicamente torno ad avvicinarmi, la apro e riprendo in mano la fotografia, ho un tremito mentre la trattengo tra le dita, e non voglio accendere la luce per non rovinare quell’attimo eterno in cui percepisco nettamente il palpito di vita che è lì a bussare impaziente dalla superficie di quel cartoncino per uscire finalmente dall’accumulatore di passato che l’immagine di quell’uomo imprigiona nel suo aspetto sorridente e sbarazzino, soprattutto in quegli occhi più vivi che mai.

Mi scuoto quando improvvisamente un fascio violento di luce investe la mia figura e vedo Guido fermo sulla porta che mi guarda perplesso:
- Ma che succede? Cosa stai facendo?
Non lo so, mi dico. Sto tenendo la fotografia con entrambe le mani, sono sudata, la borsa è sulla cassettiera, una normale borsa di pelle El Campero, e poi l’armadio, e il letto, i libri sullo scaffale dietro la testata…
Sono invasa da una tristezza infinita, e le lacrime affiorano dai miei occhi, gli occhi blu che un tempo facevano impazzire d’amore il mio Guido, mi tremano le labbra e gli tendo le braccia, lui mi viene incontro, mi toglie la foto di mano, l’appoggia sulla cassettiera e mi porta sul letto, come una bambina. Mi abbraccia in fretta, mi sorride e mentre mi asciuga il viso mi dice, con la sua voce calda e ferma:
- Adesso riposati, qui, tranquilla. Ti porto una tisana, vuoi?
No, non voglio la tisana, voglio te, voglio appoggiare la mia testa sul tuo cuore, sentirne i battiti, il sangue che circola, solo questo mi tranquillizzerebbe, vorrei che andassimo a letto, a fare l’amore, starcene stretti l’una all’altro, e poi goderci la presenza forte dei nostri corpi e delle nostre anime intrecciate, ma invece no, non dico nulla, sto in silenzio, perché lui mi accuserebbe di essere la solita sentimentale, che non mi comporto da persona adulta.
- Vieni qui anche tu… - gli sussurro con un filo di voce.
- Più tardi, amore, lo sai che devo finire la relazione.

Ed è notte fonda quando mi sveglio di soprassalto con la sensazione che Guido non sia più lì con me. Lo scopro in soggiorno, in piedi, nudo, con la fotografia in mano. E lui si volta lentamente verso di me, con un sorriso fisso sul viso e gli occhi carichi di angoscia, in una scissione anche fisiognomica spaventosa. Urlo di nuovo, ed è la volta che mi sveglio davvero, con Guido accanto a me che apre per un attimo gli occhi assonnati e mi attira verso di lui bofonchiando un “Dormi, amore” prima di sprofondare di nuovo nel buio profondo della notte. 

- E’ un bel problema quello che mi hai messo in mano! Il sistema standard non riesce a ricostruire la scritta, ci ho provato in tutti i modi ieri sera ma non c’è stato verso, devo quindi trovare un’altra strada. E forse… miracolo!, ce l’abbiamo. Sì perché per una banca abbiamo sviluppato un software che “legge” con un raggio laser le densità delle scritture, sai, serve per controllare l’autenticità delle firme. Bene, venendo a noi, se al programma riusciamo a fargli distinguere i punti dove la densità dell’inchiostro è doppia, dove cioè compare sia la scritta che la cancellatura, da quelli in cui c’è solo la scritta oppure solo la cancellatura, è fatta. Penso di darti i risultati entro stasera, al massimo entro domani. Tu però non dirlo al capo che sto trascurando il lavoro per fare un favore a te, lo faccio solo per i tuoi occhi, lo sai, eh?
- Ma smettila! – Francesco è un tesoro, un vero amico. Forse l’unico vero amico che ho.

Sono lì, alla mia scrivania, davanti al computer e agli altri accessori del mio lavoro, e penso all’immagine della fotografia, ne ripercorro i tratti, i capelli, gli occhi, il sorriso… Lo so che devo concentrarmi sul progetto, ma non ci riesco, e poi siamo alle finiture finali, il beta test è quasi completato, da un’immagine bidimensionale, opportunamente elaborata, siamo riusciti ad estrarne una possibile rappresentazione tridimensionale. Il lavoro più impegnativo è stato quello di analizzare le luci e le ombre, in modo da riuscire a calcolare il grado di curvatura delle superficie, le eventuali asperità, le profondità degli oggetti contenuti nell’immagine.  E’ chiaro che, in assenza di simmetrie, il retro di questi oggetti è ricostruito sulla base di mere ipotesi, ma già così il risultato è notevole. Ha ragione Guido, in fondo, come potevano fare a meno, gli uomini degli anni Settanta, di tutto quello che oggi la tecnologia ci offre? Chissà cosa direbbe il tizio della fotografia se potesse vedere il punto cui siamo arrivati!

Il tizio della fotografia. Che mi succede? Ci penso e un brivido mi assale la schiena, è fine ottobre e il riscaldamento è acceso, eppure ho freddo, poi improvvisamente inizio a sudare, devo alzarmi, fare due passi lungo il corridoio, poi torno indietro, infine mi decido ad andare a prendere un caffè, e là incontro Francesco che mi dice, con fare complice:
- Ci siamo quasi! Ora tolgo un po’ di impurità e ti porto quella scritta su un vassoio d’argento. Bacio?

Il test del software di cui mi sto occupando è OK. Dalla fotografia di un cane sono riuscita ad ottenere una rappresentazione tridimensionale, che ruoto come voglio sullo schermo del computer, brava!, mi dico, dopo tutto sono davvero in gamba! Sto per spegnere tutto per tornarmene a casa quando mi arriva l’ultima mail. Il testo è breve, tre parole: “Il tuo Guido”. Ho un tuffo al cuore, pensando a qualcosa che mi può aver inviato mio marito, un biglietto d’amore in allegato, o l’invito a cenare fuori in un ristorante elegante, è tanto tempo che non usciamo la sera, del resto lo capisco, povero Guido, è un brutto periodo questo, con la crisi e tutto il resto, e lui deve prendere delle decisioni spiacevoli, tipo licenziare un po’ di dipendenti per riorganizzare l’azienda…

Ma non me l’ha inviato Guido quel messaggio. Il mittente è Francesco. E io rimango impietrita a rileggere quelle tre parole. Allora l’uomo della fotografia si chiamava Guido. Come il mio, di Guido. E l’aveva sicuramente regalata a una donna. Che poi, per qualche motivo sconosciuto, aveva cancellato la dedica. Senza però buttar via la foto. Mi precipito da Francesco, che se ne sta andando anche lui, ha in mano la fotografia, la agita per aria con un’espressione divertita.
- Allora - mi dice, - che ne facciamo di questa? La rivuoi? E tu cosa mi dai in cambio?

Guido! Guido non viene a casa stasera, ha una cena di lavoro. L’ennesima cena di lavoro. Sono sola, al buio, ho in mano la fotografia di Guido, che mi osserva incuriosito, in attesa di qualcosa, forse adesso che è ricomparsa la sua dedica si aspetta un segno, da me?, lo guardo e lui mi parla, ma non capisco che cosa mi stia dicendo, ho la testa in fiamme, e fuori ammicca una luna pazzesca, vorrei essere lì sul viale a passeggiare, le foglie secche che volano dagli alberi sul controviale, vorrei calpestarle e sentirne il rumore, e respirare intensamente l’aria fresca e tenue di questo fine ottobre.
D’improvviso, l’idea. Nel mio studio ho tutta l’attrezzatura necessaria, me l’ero installata per fare dei test a casa sul nuovo software che stiamo sviluppando sulla trasformazione delle immagini da bidimensionali a tridimensionali, e da questo elaborato creare degli ologrammi. Forse non funzionerà perfettamente, ma perché non provarci, domani al lavoro mi scarico l’ultima versione del programma e nel pomeriggio mi prendo mezza giornata di permesso. E faccio rivivere Guido.


E’ stato facile stamattina convincere il mio capo che era meglio che facessi i test a casa, senza essere disturbata dai colleghi e da mille telefonate, così non ho nemmeno dovuto chiedere il permesso. Sono al culmine dell’eccitazione mentre inserisco il CD nel lettore del computer,  vedermi Guido in tre dimensioni, davanti a me, come se fosse vero, quel ragazzo di tanti anni fa che mi viene a trovare, l’idea mi pervade la mente e il corpo, non riesco quasi a stare seduta sulla sedia, il CD trema nelle mie mani, finalmente è inserito, vai sul programma, la freccina del mouse sull’icona giusta.

Il rumore fastidioso delle chiavi che girano nella serratura della porta d’ingresso. Guido. Guido che arriva proprio mentre sto attivando il software. E’ tornato a casa alle tre del pomeriggio, come è possibile, proprio oggi doveva arrivare così presto!, ho il cuore che mi batte all’impazzata, non voglio che si accorga di quello che sto facendo, spengo tutto e gli vado incontro in soggiorno, lui è sorpreso nel vedermi, si è appena tolto il giaccone, rimane un attimo in silenzio, poi si accorge della fotografia che tengo in mano, si guarda attorno e non ce la fa più a trattenersi, mi urla contro:
- Ma cosa fai qui, invece che essere al lavoro, almeno mettessi un po’ di ordine in casa, sono stanco di tutto questo caos, libri per terra, prendi le cose e non le metti a posto, guarda che roba, e poi il frigo vuoto, sono stufo, hai capito? Che cos’hai lì in mano, ancora presa con quella cazzo di fotografia, mi hai rotto le scatole, finora sono stato fin troppo comprensivo, adesso basta, basta, ora me ne vado a giocare a golf, tu vedi di mettere a posto tutto e soprattutto non voglio più vedere quella fotografia, chiaro?

Io sono confusa, mi ronzano le orecchie, mi accorgo appena che sta rimettendosi il giaccone, che sta cercando con gli occhi la sua sacca da golf, e sento a malapena la sua voce che mi chiede se l’ho vista in giro, con tutto questa confusione non si trova mai nulla, te la prendo io, tesoro, le parole mi escono dalla bocca, perché erano lì, ferme, parcheggiate, in attesa di uscir fuori, ormai senza alcuna connessione con il resto di me, del mio corpo, del mio essere, le pronuncio, senza rendermene conto, così come non mi rendo conto che sto estraendo dalla sacca e afferrando a due mani un ferro 3, ottimo per i tiri ravvicinati e precisi, forgiato, sensibile e potente, come dice la pubblicità, e lo sto portando sopra la mia testa per poi calarlo in avanti con tutta la mia forza…


 - Guido…
- Ciao, piccolo fiore.
- Tu sei…
- Sì, sono io, Guido. Il tuo Guido.
- Ma non è possibile, non puoi essere Guido, tu sei un’ombra, un ologramma…
- Oh, no, sono reale, lo sai benissimo, sono il tuo Guido, l’avevo scritto pure nella fotografia, anche se tu ti eri presa la briga di cancellarlo…
Mi accorgo che sto tremando, non riesco a proferire parola.
- Mi avevi cancellato, amore mio. Ucciso. Sono il Guido dentro di te. Il Guido che avresti voluto. Che avevi dovuto eliminare per accettare tuo marito. Ma non ci sei riuscita, per fortuna, così sono vivo, vero, come nessuna persona reale potrebbe mai esserlo… Ora più che mai, dal momento che l’altro Guido è morto.
Io sto in silenzio, incantata. Una dolcezza languida ed estenuante mi invade il corpo, le gambe molli, il sangue che circola leggero, quasi evanescente. E prima di socchiudere gli occhi dall’emozione sento me stessa sussurrare:
-  … e non mi lascerai mai, vero?
- Mai più tesoro mio. Sono tuo, e lo sarò per sempre.

sabato 31 ottobre 2009

domenica 11 ottobre 2009

lunedì 28 settembre 2009

Da che parte stai?


Da che parte stai nell'inferno dei viventi?

giovedì 24 settembre 2009

Intervista al sottoscritto in "Sul Romanzo"


Una mia intervista sull'interessante blog "Sul Romanzo".
Vai a: http://sulromanzo.blogspot.com/2009/09/intervista-ad-alessandro-bastasi.html


Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Ho iniziato a scrivere racconti parecchi anni fa, poi i casi della vita mi hanno deviato su altri percorsi. Ho ripreso qualche anno fa, riflettendo sulla mia esperienza di testimone diretto di un fatto storico tragico e grandioso: la dissoluzione dell’URSS, la fine del PCUS e il trapasso drammatico alla Russia di Eltsin nei primi anni Novanta. Poiché dalla fine del ’90 alla fine del ’93 per lunghi periodi ho vissuto in Russia, ho infatti assistito in prima persona alla trasformazione politica, sociale, culturale di quel paese, l’ho vissuta assieme ai russi con cui lavoravo e con cui ero in contatto. Questa esperienza è stata la molla che mi ha spinto a riprendere in mano la scrittura e a stendere il mio primo romanzo, "La fossa comune", in cui quegli avvenimenti sono non solo lo scenario della vicenda narrata, ma fatti con cui il protagonista si confronta e si scontra. Il fatto che il romanzo sia stato apprezzato da chi l’ha letto mi ha poi convinto a riprovarci con un altro, di tutt’altra ambientazione, ma sempre con lo spirito della testimonianza civile, della riflessione romanzata sulla storia nella quale viviamo, per esplorarne i meandri, gli interstizi, le conseguenze sulle nostre esistenze.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

L’istinto creativo deve essere necessariamente presente, altrimenti non si farebbe letteratura ma, nel mio caso, saggistica o storia. Però, per quello che è il mio modo di intendere la scrittura non è sufficiente. Io produco scrittura se un fatto, una vicenda mi fa riflettere, e mi spinge a condividere con altri queste riflessioni. Quindi l’elemento razionalità deve coesistere con la creatività. Dal loro connubio può nascere una letteratura utile e non solo del rumore, per quanto piacevole possa essere.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Le necessità della vita materiale purtroppo mi impediscono di avere dei metodi rigidi da rispettare, scrivo quindi quando posso, quando mi viene un’idea, quando i personaggi di una storia mi sollecitano a raccontarla. Il mio secondo romanzo, da poco terminato e ancora inedito, è nato così: una lunga gestazione nella mia mente, poi sono stati i personaggi stessi a farsi strada, a sgomitare, a raccontarmi la loro storia, e in due mesi la prima stesura era bell’e che pronta.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Non posso fare a meno, oltre al computer, di post-it e di un piccolo taccuino, nei quali, in fase di preparazione e di scrittura, possa annotare quello che mi viene in mente, uno spunto che, letteralmente, un personaggio mi detta, uno snodo particolarmente felice della storia raccontata… cose del genere, insomma. A volte, soprattutto nella stesura del secondo romanzo, ero per strada e fermavo l’automobile su una piazzola per annotare qualcosa, per non farmela sfuggire.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Amo i classici, i grandi scrittori del passato, sono stati loro a farmi amare la letteratura, a farmi capire lo potenza della parola scritta. In primis Dostoevskij. Poi però sono i contemporanei quelli che vivono e descrivono la nostra epoca, quindi da questo punto di vista li sento più vicini. Non tutti, ovviamente, mi riferisco a quelli che hanno una sensibilità e una concezione della scrittura a me congeniale, da Saramago a Tabucchi, tanto per fare un paio di esempi. Ma pure alcuni recenti scrittori di noir mi stimolano, se per noir intendiamo anche una disanima dello scenario sociale e delle motivazioni che portano alle vicende delittuose raccontate.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

A me sembra che, grazie all’avvento delle nuove tecnologie, il tema cui lei accenna non sia più legato a una localizzazione geografica. Persiste invece, come si diceva un tempo, il problema di “chi detiene i mezzi di produzione”, che in questo caso significa controllo del mercato, distribuzione, diffusione della conoscenza. E, almeno in Italia, l’utilizzo di internet è ancora troppo poco diffuso perché possa essere qui e ora un’alternativa ai canali tradizionali, controllati, appunto, dalle major. Ma la strada è quella, il percorso sarà ancora lungo ma è promettente. A meno che qualcuno non riesca a impossessarsi anche di questo. E purtroppo mi sembra che tentativi in questa direzione siano in corso. Dobbiamo stare allertati.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Me lo ha decisamente migliorato. Non solo perché più vado avanti e più amo scrivere, ma anche perché mi ha consentito di fare chiarezza, prima di tutto nella mia mente, nella mia interiorità, su certi temi, e poi di mettere a disposizione dei lettori le mie riflessioni e i miei dubbi. L’obiettivo della mia scrittura è proporre a chi legge delle rappresentazioni della realtà, del magma in evoluzione che ci circonda e in cui siamo immersi, che siano diverse da quelle “ufficiali”, e stimolare quindi delle visuali, delle angolature, delle percezioni che mettano in crisi, che facciano dubitare. Poi il fatto che questi diversi modi di vedere vengano condivisi o meno non è essenziale, è sufficiente per me che almeno qualche dubbio venga instillato. Se questo accade, il mio obiettivo è raggiunto.

La ringrazio e buona scrittura.



Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. Laureato in fisica all’università di Padova, vive a Milano dove attualmente lavora come amministratore delegato di una società del settore IT. Nella vita ha fatto l’attore e il cronista teatrale, ha scritto molti racconti, pubblicati in vari siti, e il romanzo "La fossa comune" (2008 – 0111 Edizioni). Il suo racconto "Cybernauti" compare nella raccolta "Amore 2.0", edito nel 2009 da Edizioni 9Muse. E’ anche autore del saggio "I mezzi di comunicazione di massa: antitrust e pluralismo" per il movimento Italia Democratica (1994).
Il suo blog è: http://lafossacomune.blogspot.com.

venerdì 11 settembre 2009

Poesia di Andrej Ljublev


Andrej è un importante personaggio del romanzo "La fossa comune", l'alter ego di Vittorio Ronca, in un certo senso. Artista e omosessuale, se vivesse oggi a Mosca Andrej avrebbe sui sessant'anni, e io mi immagino che scriverebbe una poesia come questa:


Ho visto gatti che soffiano impazziti
alle corse affannose dei ritardatari
in una oscura via di Mosca vecchia
alla luce opaca dei lampioni.

Ho visto cani digrignare i denti
alla carcassa di un manzo senza testa
e al macellaio che ride sulla porta
col sangue che gli cola sul grembiule.

Ho visto al parco Gorkj tra i brusii
degli amanti e i colori e i palloncini
gole feroci latrare nei megafoni
a spegnere un sorriso solitario
nel volto dolce di un ragazzo strano.

Voglio riversarmi nelle grigie strade
della Mosca oscena che non è più mia
assieme ai gatti e ai cani e a quel ragazzo strano
ché nel mio buio letto più non veda
un inerte fantoccio dai fianchi molli e pingui.


giovedì 27 agosto 2009

Russia, 1993: l'anno terribile

Correva l'anno 1993, l'anno della resa dei conti definitiva, l'anno che ha visto trionfare nel sangue la Russia di Eltsin e della sua politica filoaoccidentale, e il consolidamento di un'economia pre-capitalistica basata sulla corruzione e sulla rapina.
L'anno che ho raccontato nel romanzo "La fossa comune" (vedi a lato)
Ecco uno struggente video su quell'anno terribile. La canzone che accompagna le immagini s'intitola "Pravda na Pravdu", il gruppo si chiama Ddt.

martedì 28 luglio 2009

Amore 2.0 - amori liquidi e ipertecnologici


Uscirà il 30 luglio ”Amore 2.0 – Amori liquidi e ipertecnologici”, raccolta di racconti edita da Edizioni 9muse, cui ho contribuito anch'io col racconto “Cybernauti”.