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lunedì 9 novembre 2009

SENZA NOME - racconto inedito

Non mi è mai piaciuto comprare roba usata, ma quella borsa di El Campero mi ha subito conquistato. Bella, ben conservata, pelle solida, cuciture robuste, rivestimento interno con un tessuto a fiori discreto ed elegante. Degli anni Settanta, mi ha detto la signora dalla gonna lunga e i capelli grigi, gli occhi azzurri e sorridenti, che stava dall’altra parte della bancarella. Io vado pazza per le borse, ne avrò quaranta stipate nell’armadio, e non ho saputo resistere. Sarà stata l’aria festosa della fiera dell’antiquariato, o la luce radente del tardo pomeriggio domenicale che illuminava di sbieco i Navigli, fatto sta che me ne sono subito impadronita senza neppure tirare sul prezzo.

- Ho fatto acquisti! – trillo di gioia mentre sto aprendo la porta di casa e mi accoglie il profumo forte e aromatico della pipa di Guido. – Guarda che meraviglia!
Guido è ancora lì, dove l’ho lasciato tre ore fa, al computer, a scrivere la sua relazione per il consiglio di amministrazione di domani e non solleva neppure lo sguardo dallo schermo.
- Oh, smettila, dacci almeno un occhio!
Gliela metto davanti al naso, lui la sfiora con la mano.
- Bella, sì.
- Eh? mi mancava proprio una così.
- Se adesso che hai trent’anni ne hai così tante, di borse, quando sarai una sessantenne quante ne avrai? Dovremo prendere una casa più grande solo per quelle.
In un altro momento gli avrei risposto per le rime, ma adesso sono troppo eccitata per il mio acquisto, non gli bado neppure e corro in camera a studiare i particolari di quel meraviglioso manufatto. L’accarezzo, palpeggio la morbidezza della pelle, la tengo in mano mentre passeggio su e giù sul parquet, mi siedo sul letto, la apro, ne scopro le tasche interne, faccio scorrere uno zip, poi l’altro…


Una fotografia! Ma guarda… Che bell’uomo. Se non fosse per la data direi che somiglia a Guido. E’ impossibile, ovviamente, dieci giugno del settantatre, Guido è nato l’anno dopo! Certo che la somiglianza è straordinaria, alle volte uno non ci pensa ma chissà quanti sosia ci sono in giro di ciascuno di noi.

Più tardi, a cena, anche Guido prende in mano per un istante quella fotografia sbiadita, ma dice di non notare alcuna somiglianza. Io invece lo osservo con attenzione, quel trentenne dai capelli lunghi e la barba, sguardo intelligente, maglione col collo alto e jeans, poi mi concentro sulla faccia di Guido, e cerco di immaginarmelo acconciato anche lui in quel modo.
- Ti piacerebbe essere vissuto allora? – gli chiedo.
Lui ci pensa un attimo, una ruga gli passa sulla fronte, poi mi risponde che è una domanda senza senso, uno vive quando gli tocca, in un altrove temporale lui non sarebbe mai potuto esistere né mai potrà farlo, non riesce nemmeno a concepirlo, tanto diverse sono le situazioni.
- Beh, dicevo così, tanto per parlare – faccio io, contrita e leggermente stizzita per la sua reazione. Ma Guido è così, solido, concreto. Proprio figlio del suo tempo.
Lui si accorge che mi ha un po’ frastornata e sorridendo mi dice:
- Pensa che non c’erano né i computer, né la posta elettronica né i cellulari… Non ci saremmo neppure potuti conoscere! E poi, un periodo come quello, pieno di disordine e di violenza, ma per carità…
Gli accarezzo la mano, lui mi guarda, solleva leggermente un sopracciglio, mi fa un buffetto sulla guancia, si alza e se ne va a lavorare.

Sul retro della foto c’è qualcosa, un nome, una frase, ma non riesco a leggerla, è cancellata da tratti di biro fitti fitti, quasi rabbiosi. Rigiro tra le mani quel cartoncino vecchio di trentasei anni. Mi intriga, non c’è che dire, e mi viene un’idea. Mentre Guido torna al suo posto di lavoro io vado nel mio studio, accendo il computer e scansiono la foto e il retro. La frase mi accorgo che è scritta con un inchiostro blu, mentre i tratti che l’hanno coperta sono neri. Carico il programma PhotoControl, e gli dico di fare sparire il nero. Il programma prontamente esegue, però si capisce ancora poco, compaiono solo piccoli tratti e puntini blu, difficile risalire a qualcosa di comprensibile, scritto per di più in corsivo… Ci vorrebbe un sistema esperto che cercasse di interpretare quell’insieme di segni e mi proponesse alcune alternative… Domani chiedo a Francesco, il mio collega che si occupa di intelligenza artificiale. D’altronde lavoro in una società di informatica, no? Anzi, gli mando subito una mail, lui ci gode con queste cose, magari riesce a tirare fuori qualche risultato. E a dare un nome a questo bel ragazzo degli anni ’70.

Di chi sarà mai questa borsa? Chi è l’uomo della foto, che fine avrà fatto, adesso avrà quasi settant’anni, coi capelli bianchi, se ne starà tranquillo in una casa di campagna dove ogni tanto lo andranno a trovare i suoi figli e i nipoti, la borsa sarà stata di sua moglie, forse è morta, per questo ho trovato la borsa al mercatino, o forse è morto anche lui e i figli si sono disfatti di tutte le cianfrusaglie che lui si teneva in casa per ricordo, ché quando conservi così gelosamente le cose vuol dire che stai proprio invecchiando, e non te ne importa nulla di rinnovare il mondo che ti circonda, ché la vita ormai l’hai vissuta. Mi prende una stretta al cuore mentre vado nella nostra camera da letto e a luce spenta rimetto la foto nella borsa che poi appoggio sulla cassettiera, la borsa tutt’a un tratto è pesante, non è gioiosa come quando l’ho presa al mercatino, è come se avesse voglia di nascondersi, di celarsi alla vista, forse perché le ho strappato il segreto della fotografia che ha conservato per tanti anni, troppi anni, anche se non mi sembra possibile che qualcuno l’abbia usata per tutto quel tempo senza accorgersene, forse ha di proposito lasciato lì la foto, nella sua tasca interna, magari in un qualche momento della vita aveva ripudiato quell’uomo e aveva voluto cancellarlo dalla faccia della terra, poi però non se l’è sentita di eliminarlo davvero e l’ha conservato in un posto dove non fosse costretta a vederlo, ma con la consapevolezza che comunque c’era, era vicino, nonostante tutto quello che potesse essere successo. Ho il cuore gonfio di una strana inquietudine, sarà il buio della notte, il silenzio della nostra casa isolata, il chiarore lieve che filtra dal soggiorno nel quale Guido sta lavorando alla luce di una lampada da tavolo, un’inquietudine fatta soprattutto di malinconia, mi piacerebbe che Guido smettesse di battere sui tasti del computer e venisse qui da me, per andare insieme sotto le coperte e fare l’amore a lungo, vorrei davvero perdermi nella dimensione senza tempo di un abbraccio, e mi scende un brivido giù per la schiena quando mi accorgo che la borsa è lì, come se mi stesse fissando, come se volesse dirmi qualcosa, e meccanicamente torno ad avvicinarmi, la apro e riprendo in mano la fotografia, ho un tremito mentre la trattengo tra le dita, e non voglio accendere la luce per non rovinare quell’attimo eterno in cui percepisco nettamente il palpito di vita che è lì a bussare impaziente dalla superficie di quel cartoncino per uscire finalmente dall’accumulatore di passato che l’immagine di quell’uomo imprigiona nel suo aspetto sorridente e sbarazzino, soprattutto in quegli occhi più vivi che mai.

Mi scuoto quando improvvisamente un fascio violento di luce investe la mia figura e vedo Guido fermo sulla porta che mi guarda perplesso:
- Ma che succede? Cosa stai facendo?
Non lo so, mi dico. Sto tenendo la fotografia con entrambe le mani, sono sudata, la borsa è sulla cassettiera, una normale borsa di pelle El Campero, e poi l’armadio, e il letto, i libri sullo scaffale dietro la testata…
Sono invasa da una tristezza infinita, e le lacrime affiorano dai miei occhi, gli occhi blu che un tempo facevano impazzire d’amore il mio Guido, mi tremano le labbra e gli tendo le braccia, lui mi viene incontro, mi toglie la foto di mano, l’appoggia sulla cassettiera e mi porta sul letto, come una bambina. Mi abbraccia in fretta, mi sorride e mentre mi asciuga il viso mi dice, con la sua voce calda e ferma:
- Adesso riposati, qui, tranquilla. Ti porto una tisana, vuoi?
No, non voglio la tisana, voglio te, voglio appoggiare la mia testa sul tuo cuore, sentirne i battiti, il sangue che circola, solo questo mi tranquillizzerebbe, vorrei che andassimo a letto, a fare l’amore, starcene stretti l’una all’altro, e poi goderci la presenza forte dei nostri corpi e delle nostre anime intrecciate, ma invece no, non dico nulla, sto in silenzio, perché lui mi accuserebbe di essere la solita sentimentale, che non mi comporto da persona adulta.
- Vieni qui anche tu… - gli sussurro con un filo di voce.
- Più tardi, amore, lo sai che devo finire la relazione.

Ed è notte fonda quando mi sveglio di soprassalto con la sensazione che Guido non sia più lì con me. Lo scopro in soggiorno, in piedi, nudo, con la fotografia in mano. E lui si volta lentamente verso di me, con un sorriso fisso sul viso e gli occhi carichi di angoscia, in una scissione anche fisiognomica spaventosa. Urlo di nuovo, ed è la volta che mi sveglio davvero, con Guido accanto a me che apre per un attimo gli occhi assonnati e mi attira verso di lui bofonchiando un “Dormi, amore” prima di sprofondare di nuovo nel buio profondo della notte. 

- E’ un bel problema quello che mi hai messo in mano! Il sistema standard non riesce a ricostruire la scritta, ci ho provato in tutti i modi ieri sera ma non c’è stato verso, devo quindi trovare un’altra strada. E forse… miracolo!, ce l’abbiamo. Sì perché per una banca abbiamo sviluppato un software che “legge” con un raggio laser le densità delle scritture, sai, serve per controllare l’autenticità delle firme. Bene, venendo a noi, se al programma riusciamo a fargli distinguere i punti dove la densità dell’inchiostro è doppia, dove cioè compare sia la scritta che la cancellatura, da quelli in cui c’è solo la scritta oppure solo la cancellatura, è fatta. Penso di darti i risultati entro stasera, al massimo entro domani. Tu però non dirlo al capo che sto trascurando il lavoro per fare un favore a te, lo faccio solo per i tuoi occhi, lo sai, eh?
- Ma smettila! – Francesco è un tesoro, un vero amico. Forse l’unico vero amico che ho.

Sono lì, alla mia scrivania, davanti al computer e agli altri accessori del mio lavoro, e penso all’immagine della fotografia, ne ripercorro i tratti, i capelli, gli occhi, il sorriso… Lo so che devo concentrarmi sul progetto, ma non ci riesco, e poi siamo alle finiture finali, il beta test è quasi completato, da un’immagine bidimensionale, opportunamente elaborata, siamo riusciti ad estrarne una possibile rappresentazione tridimensionale. Il lavoro più impegnativo è stato quello di analizzare le luci e le ombre, in modo da riuscire a calcolare il grado di curvatura delle superficie, le eventuali asperità, le profondità degli oggetti contenuti nell’immagine.  E’ chiaro che, in assenza di simmetrie, il retro di questi oggetti è ricostruito sulla base di mere ipotesi, ma già così il risultato è notevole. Ha ragione Guido, in fondo, come potevano fare a meno, gli uomini degli anni Settanta, di tutto quello che oggi la tecnologia ci offre? Chissà cosa direbbe il tizio della fotografia se potesse vedere il punto cui siamo arrivati!

Il tizio della fotografia. Che mi succede? Ci penso e un brivido mi assale la schiena, è fine ottobre e il riscaldamento è acceso, eppure ho freddo, poi improvvisamente inizio a sudare, devo alzarmi, fare due passi lungo il corridoio, poi torno indietro, infine mi decido ad andare a prendere un caffè, e là incontro Francesco che mi dice, con fare complice:
- Ci siamo quasi! Ora tolgo un po’ di impurità e ti porto quella scritta su un vassoio d’argento. Bacio?

Il test del software di cui mi sto occupando è OK. Dalla fotografia di un cane sono riuscita ad ottenere una rappresentazione tridimensionale, che ruoto come voglio sullo schermo del computer, brava!, mi dico, dopo tutto sono davvero in gamba! Sto per spegnere tutto per tornarmene a casa quando mi arriva l’ultima mail. Il testo è breve, tre parole: “Il tuo Guido”. Ho un tuffo al cuore, pensando a qualcosa che mi può aver inviato mio marito, un biglietto d’amore in allegato, o l’invito a cenare fuori in un ristorante elegante, è tanto tempo che non usciamo la sera, del resto lo capisco, povero Guido, è un brutto periodo questo, con la crisi e tutto il resto, e lui deve prendere delle decisioni spiacevoli, tipo licenziare un po’ di dipendenti per riorganizzare l’azienda…

Ma non me l’ha inviato Guido quel messaggio. Il mittente è Francesco. E io rimango impietrita a rileggere quelle tre parole. Allora l’uomo della fotografia si chiamava Guido. Come il mio, di Guido. E l’aveva sicuramente regalata a una donna. Che poi, per qualche motivo sconosciuto, aveva cancellato la dedica. Senza però buttar via la foto. Mi precipito da Francesco, che se ne sta andando anche lui, ha in mano la fotografia, la agita per aria con un’espressione divertita.
- Allora - mi dice, - che ne facciamo di questa? La rivuoi? E tu cosa mi dai in cambio?

Guido! Guido non viene a casa stasera, ha una cena di lavoro. L’ennesima cena di lavoro. Sono sola, al buio, ho in mano la fotografia di Guido, che mi osserva incuriosito, in attesa di qualcosa, forse adesso che è ricomparsa la sua dedica si aspetta un segno, da me?, lo guardo e lui mi parla, ma non capisco che cosa mi stia dicendo, ho la testa in fiamme, e fuori ammicca una luna pazzesca, vorrei essere lì sul viale a passeggiare, le foglie secche che volano dagli alberi sul controviale, vorrei calpestarle e sentirne il rumore, e respirare intensamente l’aria fresca e tenue di questo fine ottobre.
D’improvviso, l’idea. Nel mio studio ho tutta l’attrezzatura necessaria, me l’ero installata per fare dei test a casa sul nuovo software che stiamo sviluppando sulla trasformazione delle immagini da bidimensionali a tridimensionali, e da questo elaborato creare degli ologrammi. Forse non funzionerà perfettamente, ma perché non provarci, domani al lavoro mi scarico l’ultima versione del programma e nel pomeriggio mi prendo mezza giornata di permesso. E faccio rivivere Guido.

E’ stato facile stamattina convincere il mio capo che era meglio che facessi i test a casa, senza essere disturbata dai colleghi e da mille telefonate, così non ho nemmeno dovuto chiedere il permesso. Sono al culmine dell’eccitazione mentre inserisco il CD nel lettore del computer,  vedermi Guido in tre dimensioni, davanti a me, come se fosse vero, quel ragazzo di tanti anni fa che mi viene a trovare, l’idea mi pervade la mente e il corpo, non riesco quasi a stare seduta sulla sedia, il CD trema nelle mie mani, finalmente è inserito, vai sul programma, la freccina del mouse sull’icona giusta.

Il rumore fastidioso delle chiavi che girano nella serratura della porta d’ingresso. Guido. Guido che arriva proprio mentre sto attivando il software. E’ tornato a casa alle tre del pomeriggio, come è possibile, proprio oggi doveva arrivare così presto!, ho il cuore che mi batte all’impazzata, non voglio che si accorga di quello che sto facendo, spengo tutto e gli vado incontro in soggiorno, lui è sorpreso nel vedermi, si è appena tolto il giaccone, rimane un attimo in silenzio, poi si accorge della fotografia che tengo in mano, si guarda attorno e non ce la fa più a trattenersi, mi urla contro:
- Ma cosa fai qui, invece che essere al lavoro, almeno mettessi un po’ di ordine in casa, sono stanco di tutto questo caos, libri per terra, prendi le cose e non le metti a posto, guarda che roba, e poi il frigo vuoto, sono stufo, hai capito? Che cos’hai lì in mano, ancora presa con quella cazzo di fotografia, mi hai rotto le scatole, finora sono stato fin troppo comprensivo, adesso basta, basta, ora me ne vado a giocare a golf, tu vedi di mettere a posto tutto e soprattutto non voglio più vedere quella fotografia, chiaro?

Io sono confusa, mi ronzano le orecchie, mi accorgo appena che sta rimettendosi il giaccone, che sta cercando con gli occhi la sua sacca da golf, e sento a malapena la sua voce che mi chiede se l’ho vista in giro, con tutto questa confusione non si trova mai nulla, te la prendo io, tesoro, le parole mi escono dalla bocca, perché erano lì, ferme, parcheggiate, in attesa di uscir fuori, ormai senza alcuna connessione con il resto di me, del mio corpo, del mio essere, le pronuncio, senza rendermene conto, così come non mi rendo conto che sto estraendo dalla sacca e afferrando a due mani un ferro 3, ottimo per i tiri ravvicinati e precisi, forgiato, sensibile e potente, come dice la pubblicità, e lo sto portando sopra la mia testa per poi calarlo in avanti con tutta la mia forza…


 - Guido…
- Ciao, piccolo fiore.
- Tu sei…
- Sì, sono io, Guido. Il tuo Guido.
- Ma non è possibile, non puoi essere Guido, tu sei un’ombra, un ologramma…
- Oh, no, sono reale, lo sai benissimo, sono il tuo Guido, l’avevo scritto pure nella fotografia, anche se tu ti eri presa la briga di cancellarlo…
Mi accorgo che sto tremando, non riesco a proferire parola.
- Mi avevi cancellato, amore mio. Ucciso. Sono il Guido dentro di te. Il Guido che avresti voluto. Che avevi dovuto eliminare per accettare tuo marito. Ma non ci sei riuscita, per fortuna, così sono vivo, vero, come nessuna persona reale potrebbe mai esserlo… Ora più che mai, dal momento che l’altro Guido è morto.
Io sto in silenzio, incantata. Una dolcezza languida ed estenuante mi invade il corpo, le gambe molli, il sangue che circola leggero, quasi evanescente. E prima di socchiudere gli occhi dall’emozione sento me stessa sussurrare:
-  … e non mi lascerai mai, vero?
- Mai più tesoro mio. Sono tuo, e lo sarò per sempre.

sabato 31 ottobre 2009

Un'intervista su "Liberi di scrivere"

L'intervista la trovate qui



martedì 27 ottobre 2009

"L'uomo del piano di sopra" in concorso...

... su ScripTAG.

Puoi commentare il racconto andando su:
http://www.scripta-volant.org/forum/viewtopic.php?f=58&t=1070

Grazie!

martedì 13 ottobre 2009

Un racconto inedito: L'UOMO DEL PIANO DI SOPRA


Non è possibile.
Riguardo l’ora: sono le due e quaranta e non la smette.
Ma chi è? Vuoi vedere che la signora Petrelli ha venduto l’appartamento senza dirmelo? Certo che è una bella stronza, non si fa così, prima mi dà le chiavi pregandomi con mille salamelecchi di accogliere gli eventuali possibili acquirenti e di mostrare loro la casa, eccetera eccetera, e ora scopro che lo ha venduto senza farmi neppure uno straccio di telefonata, almeno un “La ringrazio della sua gentilezza e disponibilità, ma ho già trovato chi compra l’appartamento del mio povero ex marito…” No, niente. Certo mi sembra ben strano che una signora così perbene possa comportarsi in questo modo, ma tant’è, non ci si può più meravigliare di nulla al giorno d’oggi. E comunque è un bel maleducato quel tipo, chiunque sia, non può camminare tutta la notte su e giù per le stanze, senza un attimo di tregua, e disturbare così il sonno del suo condomino al piano di sotto, che sarei poi io.

E’ un rumore di tacchi davvero fastidioso, passi pesanti, cadenzati, lenti, pensierosi, di una persona forse oberata da un peso che la opprime, può essere una storia d’amore finita male, o la perdita del lavoro, oppure la morte di una persona cara. Posso capire che un uomo o una donna in queste condizioni non riesca a prendere sonno, ma il rispetto per gli altri deve in ogni caso prevalere. Che cosa succederebbe se anch’io andassi in giro per casa di notte picchiando i tacchi sul pavimento, che cosa direbbero la signora Rosa e suo marito Luigi il giorno dopo alla portinaia? Di certo riceverei almeno una lettera di richiamo dall’amministratore, prima privata, poi pubblica, appesa in bacheca al piano terra, e già mi vedo i capannelli di condomini a leggerla e a commentarla: “Ma guarda, il ragioniere, sembrava una persona così bene educata, e invece…” Chi non starebbe nella pelle è senz’altro la portinaia, quella non aspetta altro che un mio passo falso, perché lo sa che sono stato io, all’assemblea di condominio, a denunciarne la sciatteria e l’approssimazione con cui svolge i suoi compiti. Per dire, mai una volta che controlli chi entra e chi esce, e di questi tempi un comportamento del genere è indice di una pigrizia morale inaccettabile. Poi ci si lamenta dei furti che sempre più spesso vengono perpetrati negli appartamenti. La cosa che mi dà più fastidio è che la portinaia sa bene che io l’ho accusata pubblicamente e formalmente in sede di assemblea, ma fa finta di niente, come se non avessi detto nulla, anzi, quando mi incontra per le scale mi fa un sorriso da qui a là, come se mi prendesse in giro, come se mi volesse far capire che lei sa ma non gliene frega niente, e che continuerà a comportarsi come si è fin qui comportata senza un cenno di pentimento o di volontà di migliorare.


Questi sono tacchi di scarpe da uomo, sì, è sicuramente un uomo. Perché il rumore della scarpe da donna è completamente diverso, l’ho ben presente il ticchettio che facevano sulle scale le scarpe della mia ex moglie Rosanna. Da fidanzati e nei primi tempi del matrimonio abitavamo al quarto piano di un vecchio condominio senza ascensore e, le rare volte che tornavo a casa dal lavoro prima di lei, riuscivo a riconoscere il suo arrivo dal ritmo dei suoi tacchi sui gradini, per me era armonia pura, e la gioia mi sgorgava dal cuore. Beh, almeno così sarebbe stato bello che fosse, e forse all’inizio lo era davvero, ma in ogni caso è durato molto poco, tant’è vero che dopo soltanto un paio d’anni di matrimonio ci siamo separati, ognuno per la propria strada e chi s’è visto s’è visto. Non mi sopportava più, mi ha detto un giorno in uno scatto d’ira, non sopportava la mia pignoleria, il mio senso maniacale dell’ordine, la mia mancanza di personalità, così diceva, diceva che ero come il protagonista di un film di quel regista ebreo americano, quel tizio che diventava uguale alle persone con cui veniva a contatto, ché poi, ordine! Era lei che era un’anarchica! Metteva i libri verticali, orizzontali e obliqui, tutti insieme, un’offesa agli occhi, dio santo, e io non resistevo alla necessità di mettere a posto le cose, nel loro ordine naturale. Ed è anche per questo che mi infastidisce il rumore dei tacchi del condomino di sopra, perché non è nell’ordine naturale delle cose che in uno stabile civile come il nostro di notte si cammini avanti e indietro. Prendo la scopa e comincio a picchiare il manico sul soffitto, prima delicatamente, poi sempre più forte. Il rumore di tacchi per un attimo scompare, poi riprende imperterrito. Toc, toc, toc… Domani però mi sente, quello, prima di andare a lavorare vado su e gliene dico quattro, a quel maleducato, gli insegno io come ci si deve comportare, e se non lo capisce con le buone preparo una lettera formale da far sottoscrivere a tutti i condomini, e se non basta chiedo l’intervento dell’amministratore, la gente di giorno lavora e di notte deve poter riposare, dio santo.

Sono le sette, e come ogni mattina la sveglia mi ricorda che è ora di muoversi. Mi ero assopito, ma alle otto e mezza devo essere al lavoro, quindi sonno o non sonno devo sbrigarmi, sono il capo dell’ufficio contabilità di un’azienda, e considerando l’importanza del mio ruolo devo necessariamente essere presente prima dell’arrivo dei miei collaboratori, in modo da dare l’esempio, ché se arrivassi in ritardo si sentirebbero tutti in diritto di far tardi anche loro, e questo non sarebbe accettabile in un’organizzazione ordinata come quella che ho instaurato nel mio ufficio. Nonostante questo però un deciso rimprovero alla persona che mi ha tormentato tutta la notte glielo devo assolutamente rivolgere, e infatti alle sette e mezza sono davanti alla porta dell’appartamento di sopra e suono ripetutamente il campanello. Nessuno però mi viene ad aprire. Evidentemente è uscito prima di me, forse lavora lontano da qui e dovrà quindi alzarsi molto presto, e adesso che ci penso, alle sette, quando mi sono svegliato, dal piano di sopra non sentivo provenire alcun rumore, e questo è segno certo che chiunque ci fosse non c’era già più. Comunque stasera tornerò all’attacco, e intanto mentre scendo chiedo alla portinaia chi è quel nuovo condomino che si è installato nell’appartamento sopra il mio e che disturba in quella maniera incivile il sonno delle persone che lavorano.

- Ma no, ragioniere, guardi che non c’è nessuno in quell’appartamento. La sa bene che è vuoto da quando è morto il povero signor Petrelli, pace all’anima sua, una persona così gentile che quando veniva a ritirare una raccomandata mi chiedeva sempre dei miei figli e di come stavo di salute, non ce ne sono più persone come lui, e non capisco proprio come mai la moglie se ne sia andata, comunque non sono fatti che mi riguardano, anche se tutti sanno che quella cosiddetta signora… ma non mi faccia parlare, ragioniere, ché direi cose che una persona perbene non dovrebbe nemmeno pensare.
- Ma guardi signora che si sbaglia, c’è qualcuno di sopra, ne sono sicuro, mi ha tenuto sveglio tutta la notte passeggiando avanti e indietro come un’anima in pena!
- Non so che dirle, ragioniere, per quanto ne so io non c’è nessuno, sono al lavoro dalle sei di stamattina, anche se qualcuno pensa che io non faccia nulla o che trascuri i miei doveri, e non ho visto nessun estraneo entrare o uscire dal portone, e le assicuro che io controllo attentamente chi va e chi viene, caro ragioniere… Non è che ha avuto degli incubi? Succede, sa, magari ha mangiato pesante, e in quei casi uno si figura chissà che cosa, non dico che lei se lo inventi, ma a volte uno in buona fede prende per vero quello che è soltanto frutto della sua immaginazione…
Cerco di non far caso al risolino con cui quella megera accompagna le sue parole, tanto io sono certo di quello che dico, e questa sera glielo dimostrerò che io non mi invento proprio un bel nulla. Che sfacciata! Ma pensi a tenere in ordine il palazzo invece di spettegolare tutto il santo giorno.

Un’altra notte insonne. Non è possibile, santo iddio.
Questa sera, appena rientrato, mi sono subito precipitato al piano superiore, ho suonato e suonato il campanello, ma all’interno dell’appartamento non c’era alcun segno di vita. Allora ho telefonato alla signora Petrelli per chiederle conto di quel disturbatore della quiete pubblica, ma mi ha risposto il nastro registrato della segreteria telefonica. Ho lasciato un messaggio un po’ concitato, anche se non è nel mio carattere alzare la voce, concludendolo con la secca richiesta di venire a riprendersi le chiavi dal momento che non aveva avuto nemmeno il buon gusto di informarmi sulla vendita dell’appartamento.
E puntualmente, alle due e quaranta, un rumore di passi ancora più fastidioso della sera precedente riprende a tormentarmi. Mi piacerebbe scendere a svegliare la portinaia, e magari anche qualche condomino come testimone, per dimostrarle che non sono un visionario, che non mi invento le cose, che so bene quello che dico. Ma sono troppo educato per compiere un’azione così estrema, quindi ancora una volta mi armo di pazienza, ben deciso però, il giorno dopo, a far valere le mie ragioni.

Come mi aspettavo, anche oggi, benché siano soltanto le sette di mattina, non ricevo risposta alle mie scampanellate. E’ allora che perdo le staffe, e mi metto a gridare:
- Lo so che c’è qualcuno in casa! Mi risponda! Sono due notti che non mi lascia dormire, non si fa così, lei un grande maleducato, sa?
Alcune porte si aprono, e visi ancora assonnati si affacciano sulla tromba delle scale per vedere chi è quel pazzo che si lascia andare a chiassate di quel genere, all’ora in cui tutti si preparano faticosamente ad affrontare la giornata, chi con un buon caffè chi senza nemmeno quello.
- Che succede? Chi è che fa questi schiamazzi?
- Sono io, il ragionier Formica, sono due notti che il nuovo condomino del piano sopra al mio non mi fa dormire, io lavoro, come tutti voi, e se non mi si consente di riposare mi dite come posso far fronte alle mie responsabilità professionali?
- Ma ragioniere, quell’appartamento è vuoto, non c’è nessuno, lo sa anche lei.
- E’ quello che pensavo anch’io, provate però a venire la notte a casa mia, e vi convincerete del contrario.
- Non crederà ai fantasmi, ragioniere, andiamo…
- Certo che no, anche se qualcuno ieri mattina mi ha già dato del visionario. So ben quel che dico.

Nessuno replica, ma io me ne accorgo che stanno scrollando il capo mentre rientrano increduli nelle loro abitazioni, a completare i propri riti mattutini.

E’ inconcepibile. Io, il ragionier Formica, sto diventando lo zimbello di tutto il palazzo. E poco fa, quando sono passato davanti alla portinaia, quella strega mi ha guardato senza dire niente, con un sorriso beffardo sul viso, e con quegli occhi da gufo che esprimevano compatimento e soddisfazione al tempo stesso. Glielo faccio vedere io, se sono impazzito, a tutti glielo faccio vedere. Ho le chiavi dell’appartamento, no? E se quel tipo non mi apre entrerò lo stesso, e voglio vedere se avrà qualcosa da ridire quando mi si troverà davanti ben determinato a difendere i miei diritti. Ma con chi crede di avere a che fare, quel mascalzone?

Sono le sette di sera e ancora una volta l’appartamento di sopra rimane muto alle mie richieste. Ho avuto una giornata molto faticosa, il saldo dare-avere di cassa presentava un errore di due euro e mezzo e non riuscivo a comprenderne l’origine, finché, dopo quattro ore di ricerche, ho scoperto che non era stata registrata la ricevuta del parcheggio di un dipendente che era andato in banca a fare un versamento. Se l’era dimenticata in tasca, così mio malgrado sono stato costretto a comminargli una multa e a minacciarlo di una lettera di richiamo se quel grave episodio si fosse in seguito ripetuto. A me, da un certo punto di vista, dispiace dimostrarmi così rigoroso con i dipendenti, ma è necessario per salvaguardare il bene dell’azienda, nei confronti della quale abbiamo, tutti noi, dei doveri imprescindibili. E’ anche per questo, per il senso di dovere civico che mi contraddistingue, che, nonostante i dubbi e gli scrupoli che mi hanno attanagliato per tutto il giorno una volta smaltita la rabbia di stamattina, mi faccio animo e decido in ogni caso di entrare nell’appartamento: la signora Petrelli, in fondo, mi ha affidato le chiavi, sono quindi responsabile di quanto vi succede all’interno, e poiché nessuno mi ha avvertito della vendita e della presenza di un nuovo condomino, non sto per violare alcun domicilio privato, anzi, ufficialmente il mio scopo è quello di controllare che tutto sia a posto. E se vi troverò dentro qualcuno, magari in vestaglia e in pantofole seduto sulla poltrona del defunto signor Petrelli a fumarsi un sigaro o a leggere il giornale, beh, gli dirò con le buone che non ci si comporta in quel modo, e che non intendo procedere con una denuncia di disturbo della quiete pubblica prima di aver cercato di risolvere, pacificamente e civilmente, l’incresciosa situazione che si è venuta a creare. Certo, nel caso in cui lui insistesse con il suo inaccettabile comportamento, non mi resterebbe altra soluzione, questo lo dovrà capire.

Con mia grande sorpresa, l’appartamento del defunto signor Petrelli non presenta alcun segno di presenza umana. I mobili, i quadri, le fotografie nelle loro cornici d’argento, i tappeti, nessun cambiamento, nulla di nulla. Ho aperto le finestre e mi sono reso conto che ogni cosa è disposta esattamente come nel giorno in cui la signora Petrelli mi ha condotto nell’abitazione del suo defunto ex marito per mostrarmi la disposizione delle stanze, gli accessori e le rifiniture, in modo che io fossi in grado di magnificarne la raffinatezza a qualche eventuale possibile acquirente. Solo un lieve accenno di polvere dà agli oggetti e ai ripiani un aspetto quasi evanescente, accentuato dalla luce radente che il sole ormai al tramonto fa penetrare all’interno delle stanze. Non è possibile, non ha senso. Io so, lo so per certo che nelle due notti precedenti qualcuno ha passeggiato su questo pavimento. E infatti ecco! Ecco le impronte quasi invisibili di un paio di scarpe che hanno camminato sulla polvere, sono dappertutto, in cucina, in sala da pranzo, in camera da letto, in bagno, ovunque, dunque non sognavo! ecco le prove di una presenza umana qua dentro. Mi sentiranno domani i signori condomini, che questa mattina mi hanno preso per uno stupido, scusa dovranno chiedermi, e non sono nemmeno certo che le accetterò subito, le loro scuse, dovranno dimostrarsi contriti, soprattutto quell’arpia della portinaia, e allora vedremo il da farsi.

Soddisfatto dei risultati della mia incursione, mi fermo un po’ a curiosare nell’appartamento, ad ammirare il tavolo di vetro, il cassettone antico, i quadri alle pareti. A un tratto però c’è qualcos’altro che attira la mia attenzione. E’ la foto incorniciata del defunto signor Petrelli su un ripiano della libreria. La osservo incuriosito perché non avevo mai notato, quand’era in vita, la nostra somiglianza. Forse perché io ho i baffi e lui no, insomma, mi sembrava molto diverso da me. No, in effetti non ci somigliamo. La sua pettinatura un po’ frusciante e vaporosa, quegli occhi sorridenti, l’espressione disimpegnata, divertita, come se non sentisse su di sé il peso delle responsabilità, come se il mondo non fosse quell’arena da combattimento che io devo sperimentare tutti i giorni, a partire dal momento in cui scendo le scale fino a quando faccio ritorno nel mio appartamento. Mi vien quasi da ridere, se su di me il riso non sembrasse più una smorfia che un atto liberatorio. Però… chissà come sarei se assumessi anch’io quell’atteggiamento un po’ sfrontato di cui soltanto adesso, guardando la fotografia, ho consapevolezza. Non l’ho mai visto veramente, il signor Petrelli, se non in casuali incontri sulle scale, buongiorno e buonasera, non ho mai avuto modo di studiarlo, di comprenderne i modelli di vita. Improvvisamente afferro la fotografia e vado in bagno, a guardarmi nello specchio, a guardarci, anzi, per l’esattezza. No. Siamo davvero diversi. D’altronde io ho…

Ma come è possibile? Io HO i baffi, li ho sempre avuti fin da giovane, un paio di baffi appuntiti che mantengo con cura tutti i giorni. Com’è che non li ho più? QUANDO me li sono tagliati, se solo qualche giorno fa li ho ripassati con la tintura per nascondere i fili bianchi che stavano facendo la loro apparizione colmandomi di sgomento? Mi mancano le forze, devo appoggiarmi al lavandino per non cadere. Non ricordo affatto di essermeli tagliati, i baffi. Torno a guardare la fotografia, poi lo specchio. I capelli… I capelli no, sono i miei, neri, lisci e lucidi, con la riga in mezzo. Che strana sensazione. Un brivido mi corre lungo la schiena, non mi riconosco quasi più senza baffi, mi sento a disagio, e poi me ne devo andare, non mi ricordo più quale scusa ho inventato per giustificare la mia presenza lì, nell’appartamento di un estraneo, nel caso il proprietario facesse il suo ingresso da un momento all’altro. No, anzi, non è disagio, è quasi un senso di paura, un formicolio sulla punta delle dita, il cuore che mi batte sempre più in fretta. Devo uscire, ora, subito.

L’ho fatto. Dopo cena non ho resistito e l’ho fatto. Mi sono lavato i capelli e ho cercato di pettinarli come quelli che ho visto nella foto. Ho lavorato di fon per dare loro corpo, li ho arruffati a dovere, ed eccomi qui. Senza baffi e con i capelli come i suoi. Già. Per gli occhi e per il sorriso ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma impegnandomi ed esercitandomi chissà che non ci riesca. Mi piaceva, il signor Petrelli, adesso certi ricordi stanno riaffiorando, non ci avevo mai fatto veramente caso ma quando mi incontrava mi sorrideva, come se fossimo amici. Eravamo coetanei, in fondo, e da lontano, ora che ci penso, potevamo anche essere confusi. A parte i baffi e la capigliatura, ovviamente. E anche lui con una moglie balorda, che l’ha lasciato, esattamente come la mia. Chissà se è tornato, il nuovo condomino. Chissà che tipo è.

Sono davanti alla porta. Dall’interno non giunge alcun rumore, nulla di nulla. Con mano sicura inserisco la chiave nella serratura e apro la porta. E’ buio, ma conosco perfettamente la disposizione delle stanze e dei mobili. Accendo la luce e mi siedo in poltrona. Sfioro il tavolino davanti a me guardandomi attorno. Si sta bene, qui, atmosfera solenne ed elegante, una libreria piena di volumi che tutto a un tratto mi piacerebbe mettermi a leggere. Mi sembra quasi di averci già passato del tempo, qua dentro, ciò che mi circonda ha un aspetto familiare, anche se so bene che è impossibile, non ci sono mai stato se non quei dieci minuti quando la signora Petrelli mi ha affidato le chiavi. Sorrido, e ho la sensazione che anche questo semplice gesto mi stia venendo bene. Mi alzo dalla poltrona e mi dirigo in camera da letto, e alla fioca luce che filtra dal soggiorno mi accorgo che c’è solo il materasso nudo, impolverato, privo di coperte e di lenzuola. Con un moto di stizza mi chiedo come mai la donna delle pulizie quel giorno non mi abbia ancora allestito il letto come si deve. Mi sa che domani la dovrò rimproverare. Ma forse, chissà, sarà stata trattenuta da qualche imprevisto, il bambino ammalato o l’anziana madre che aveva bisogno di lei. Mi avvicino all’armadio e mi guardo allo specchio dell’anta. Già, devo cambiarmi d’abito, è da stamattina che ho addosso quella camicia, quella giacca e quei pantaloni stazzonati. Senza alcuna esitazione estraggo gli indumenti puliti dalla cassettiera e un vestito fragrante e ben stirato dall’armadio, e mi cambio. Ecco, adesso va bene. Adesso sì che sono io. E, cullandomi nelle perfetta percezione di me, comincio a camminare per l’appartamento, e pazienza se lascio delle impronte sulla polvere, domani ci penserà la donna a farle sparire e a mettere tutto in ordine. I miei passi risuonano pesanti nelle stanze, sono già le due e quaranta, ma, immerso nella profondità delle mie visioni, non sento più alcuna stanchezza.

domenica 11 ottobre 2009

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martedì 29 settembre 2009

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lunedì 28 settembre 2009

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