IL MIO SECONDO ROMANZO

Il mio secondo romanzo s'intitola La gabbia criminale, disponibile in libreria da metà ottobre 2010. Editore: Eclissi Editrice. Per saperne di più clicca qui: La gabbia criminale.

IL BOOK-TRAILER DE LA FOSSA COMUNE

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lunedì 9 novembre 2009

SENZA NOME - racconto inedito

Non mi è mai piaciuto comprare roba usata, ma quella borsa di El Campero mi ha subito conquistato. Bella, ben conservata, pelle solida, cuciture robuste, rivestimento interno con un tessuto a fiori discreto ed elegante. Degli anni Settanta, mi ha detto la signora dalla gonna lunga e i capelli grigi, gli occhi azzurri e sorridenti, che stava dall’altra parte della bancarella. Io vado pazza per le borse, ne avrò quaranta stipate nell’armadio, e non ho saputo resistere. Sarà stata l’aria festosa della fiera dell’antiquariato, o la luce radente del tardo pomeriggio domenicale che illuminava di sbieco i Navigli, fatto sta che me ne sono subito impadronita senza neppure tirare sul prezzo.

- Ho fatto acquisti! – trillo di gioia mentre sto aprendo la porta di casa e mi accoglie il profumo forte e aromatico della pipa di Guido. – Guarda che meraviglia!
Guido è ancora lì, dove l’ho lasciato tre ore fa, al computer, a scrivere la sua relazione per il consiglio di amministrazione di domani e non solleva neppure lo sguardo dallo schermo.
- Oh, smettila, dacci almeno un occhio!
Gliela metto davanti al naso, lui la sfiora con la mano.
- Bella, sì.
- Eh? mi mancava proprio una così.
- Se adesso che hai trent’anni ne hai così tante, di borse, quando sarai una sessantenne quante ne avrai? Dovremo prendere una casa più grande solo per quelle.
In un altro momento gli avrei risposto per le rime, ma adesso sono troppo eccitata per il mio acquisto, non gli bado neppure e corro in camera a studiare i particolari di quel meraviglioso manufatto. L’accarezzo, palpeggio la morbidezza della pelle, la tengo in mano mentre passeggio su e giù sul parquet, mi siedo sul letto, la apro, ne scopro le tasche interne, faccio scorrere uno zip, poi l’altro…


Una fotografia! Ma guarda… Che bell’uomo. Se non fosse per la data direi che somiglia a Guido. E’ impossibile, ovviamente, dieci giugno del settantatre, Guido è nato l’anno dopo! Certo che la somiglianza è straordinaria, alle volte uno non ci pensa ma chissà quanti sosia ci sono in giro di ciascuno di noi.

Più tardi, a cena, anche Guido prende in mano per un istante quella fotografia sbiadita, ma dice di non notare alcuna somiglianza. Io invece lo osservo con attenzione, quel trentenne dai capelli lunghi e la barba, sguardo intelligente, maglione col collo alto e jeans, poi mi concentro sulla faccia di Guido, e cerco di immaginarmelo acconciato anche lui in quel modo.
- Ti piacerebbe essere vissuto allora? – gli chiedo.
Lui ci pensa un attimo, una ruga gli passa sulla fronte, poi mi risponde che è una domanda senza senso, uno vive quando gli tocca, in un altrove temporale lui non sarebbe mai potuto esistere né mai potrà farlo, non riesce nemmeno a concepirlo, tanto diverse sono le situazioni.
- Beh, dicevo così, tanto per parlare – faccio io, contrita e leggermente stizzita per la sua reazione. Ma Guido è così, solido, concreto. Proprio figlio del suo tempo.
Lui si accorge che mi ha un po’ frastornata e sorridendo mi dice:
- Pensa che non c’erano né i computer, né la posta elettronica né i cellulari… Non ci saremmo neppure potuti conoscere! E poi, un periodo come quello, pieno di disordine e di violenza, ma per carità…
Gli accarezzo la mano, lui mi guarda, solleva leggermente un sopracciglio, mi fa un buffetto sulla guancia, si alza e se ne va a lavorare.

Sul retro della foto c’è qualcosa, un nome, una frase, ma non riesco a leggerla, è cancellata da tratti di biro fitti fitti, quasi rabbiosi. Rigiro tra le mani quel cartoncino vecchio di trentasei anni. Mi intriga, non c’è che dire, e mi viene un’idea. Mentre Guido torna al suo posto di lavoro io vado nel mio studio, accendo il computer e scansiono la foto e il retro. La frase mi accorgo che è scritta con un inchiostro blu, mentre i tratti che l’hanno coperta sono neri. Carico il programma PhotoControl, e gli dico di fare sparire il nero. Il programma prontamente esegue, però si capisce ancora poco, compaiono solo piccoli tratti e puntini blu, difficile risalire a qualcosa di comprensibile, scritto per di più in corsivo… Ci vorrebbe un sistema esperto che cercasse di interpretare quell’insieme di segni e mi proponesse alcune alternative… Domani chiedo a Francesco, il mio collega che si occupa di intelligenza artificiale. D’altronde lavoro in una società di informatica, no? Anzi, gli mando subito una mail, lui ci gode con queste cose, magari riesce a tirare fuori qualche risultato. E a dare un nome a questo bel ragazzo degli anni ’70.

Di chi sarà mai questa borsa? Chi è l’uomo della foto, che fine avrà fatto, adesso avrà quasi settant’anni, coi capelli bianchi, se ne starà tranquillo in una casa di campagna dove ogni tanto lo andranno a trovare i suoi figli e i nipoti, la borsa sarà stata di sua moglie, forse è morta, per questo ho trovato la borsa al mercatino, o forse è morto anche lui e i figli si sono disfatti di tutte le cianfrusaglie che lui si teneva in casa per ricordo, ché quando conservi così gelosamente le cose vuol dire che stai proprio invecchiando, e non te ne importa nulla di rinnovare il mondo che ti circonda, ché la vita ormai l’hai vissuta. Mi prende una stretta al cuore mentre vado nella nostra camera da letto e a luce spenta rimetto la foto nella borsa che poi appoggio sulla cassettiera, la borsa tutt’a un tratto è pesante, non è gioiosa come quando l’ho presa al mercatino, è come se avesse voglia di nascondersi, di celarsi alla vista, forse perché le ho strappato il segreto della fotografia che ha conservato per tanti anni, troppi anni, anche se non mi sembra possibile che qualcuno l’abbia usata per tutto quel tempo senza accorgersene, forse ha di proposito lasciato lì la foto, nella sua tasca interna, magari in un qualche momento della vita aveva ripudiato quell’uomo e aveva voluto cancellarlo dalla faccia della terra, poi però non se l’è sentita di eliminarlo davvero e l’ha conservato in un posto dove non fosse costretta a vederlo, ma con la consapevolezza che comunque c’era, era vicino, nonostante tutto quello che potesse essere successo. Ho il cuore gonfio di una strana inquietudine, sarà il buio della notte, il silenzio della nostra casa isolata, il chiarore lieve che filtra dal soggiorno nel quale Guido sta lavorando alla luce di una lampada da tavolo, un’inquietudine fatta soprattutto di malinconia, mi piacerebbe che Guido smettesse di battere sui tasti del computer e venisse qui da me, per andare insieme sotto le coperte e fare l’amore a lungo, vorrei davvero perdermi nella dimensione senza tempo di un abbraccio, e mi scende un brivido giù per la schiena quando mi accorgo che la borsa è lì, come se mi stesse fissando, come se volesse dirmi qualcosa, e meccanicamente torno ad avvicinarmi, la apro e riprendo in mano la fotografia, ho un tremito mentre la trattengo tra le dita, e non voglio accendere la luce per non rovinare quell’attimo eterno in cui percepisco nettamente il palpito di vita che è lì a bussare impaziente dalla superficie di quel cartoncino per uscire finalmente dall’accumulatore di passato che l’immagine di quell’uomo imprigiona nel suo aspetto sorridente e sbarazzino, soprattutto in quegli occhi più vivi che mai.

Mi scuoto quando improvvisamente un fascio violento di luce investe la mia figura e vedo Guido fermo sulla porta che mi guarda perplesso:
- Ma che succede? Cosa stai facendo?
Non lo so, mi dico. Sto tenendo la fotografia con entrambe le mani, sono sudata, la borsa è sulla cassettiera, una normale borsa di pelle El Campero, e poi l’armadio, e il letto, i libri sullo scaffale dietro la testata…
Sono invasa da una tristezza infinita, e le lacrime affiorano dai miei occhi, gli occhi blu che un tempo facevano impazzire d’amore il mio Guido, mi tremano le labbra e gli tendo le braccia, lui mi viene incontro, mi toglie la foto di mano, l’appoggia sulla cassettiera e mi porta sul letto, come una bambina. Mi abbraccia in fretta, mi sorride e mentre mi asciuga il viso mi dice, con la sua voce calda e ferma:
- Adesso riposati, qui, tranquilla. Ti porto una tisana, vuoi?
No, non voglio la tisana, voglio te, voglio appoggiare la mia testa sul tuo cuore, sentirne i battiti, il sangue che circola, solo questo mi tranquillizzerebbe, vorrei che andassimo a letto, a fare l’amore, starcene stretti l’una all’altro, e poi goderci la presenza forte dei nostri corpi e delle nostre anime intrecciate, ma invece no, non dico nulla, sto in silenzio, perché lui mi accuserebbe di essere la solita sentimentale, che non mi comporto da persona adulta.
- Vieni qui anche tu… - gli sussurro con un filo di voce.
- Più tardi, amore, lo sai che devo finire la relazione.

Ed è notte fonda quando mi sveglio di soprassalto con la sensazione che Guido non sia più lì con me. Lo scopro in soggiorno, in piedi, nudo, con la fotografia in mano. E lui si volta lentamente verso di me, con un sorriso fisso sul viso e gli occhi carichi di angoscia, in una scissione anche fisiognomica spaventosa. Urlo di nuovo, ed è la volta che mi sveglio davvero, con Guido accanto a me che apre per un attimo gli occhi assonnati e mi attira verso di lui bofonchiando un “Dormi, amore” prima di sprofondare di nuovo nel buio profondo della notte. 

- E’ un bel problema quello che mi hai messo in mano! Il sistema standard non riesce a ricostruire la scritta, ci ho provato in tutti i modi ieri sera ma non c’è stato verso, devo quindi trovare un’altra strada. E forse… miracolo!, ce l’abbiamo. Sì perché per una banca abbiamo sviluppato un software che “legge” con un raggio laser le densità delle scritture, sai, serve per controllare l’autenticità delle firme. Bene, venendo a noi, se al programma riusciamo a fargli distinguere i punti dove la densità dell’inchiostro è doppia, dove cioè compare sia la scritta che la cancellatura, da quelli in cui c’è solo la scritta oppure solo la cancellatura, è fatta. Penso di darti i risultati entro stasera, al massimo entro domani. Tu però non dirlo al capo che sto trascurando il lavoro per fare un favore a te, lo faccio solo per i tuoi occhi, lo sai, eh?
- Ma smettila! – Francesco è un tesoro, un vero amico. Forse l’unico vero amico che ho.

Sono lì, alla mia scrivania, davanti al computer e agli altri accessori del mio lavoro, e penso all’immagine della fotografia, ne ripercorro i tratti, i capelli, gli occhi, il sorriso… Lo so che devo concentrarmi sul progetto, ma non ci riesco, e poi siamo alle finiture finali, il beta test è quasi completato, da un’immagine bidimensionale, opportunamente elaborata, siamo riusciti ad estrarne una possibile rappresentazione tridimensionale. Il lavoro più impegnativo è stato quello di analizzare le luci e le ombre, in modo da riuscire a calcolare il grado di curvatura delle superficie, le eventuali asperità, le profondità degli oggetti contenuti nell’immagine.  E’ chiaro che, in assenza di simmetrie, il retro di questi oggetti è ricostruito sulla base di mere ipotesi, ma già così il risultato è notevole. Ha ragione Guido, in fondo, come potevano fare a meno, gli uomini degli anni Settanta, di tutto quello che oggi la tecnologia ci offre? Chissà cosa direbbe il tizio della fotografia se potesse vedere il punto cui siamo arrivati!

Il tizio della fotografia. Che mi succede? Ci penso e un brivido mi assale la schiena, è fine ottobre e il riscaldamento è acceso, eppure ho freddo, poi improvvisamente inizio a sudare, devo alzarmi, fare due passi lungo il corridoio, poi torno indietro, infine mi decido ad andare a prendere un caffè, e là incontro Francesco che mi dice, con fare complice:
- Ci siamo quasi! Ora tolgo un po’ di impurità e ti porto quella scritta su un vassoio d’argento. Bacio?

Il test del software di cui mi sto occupando è OK. Dalla fotografia di un cane sono riuscita ad ottenere una rappresentazione tridimensionale, che ruoto come voglio sullo schermo del computer, brava!, mi dico, dopo tutto sono davvero in gamba! Sto per spegnere tutto per tornarmene a casa quando mi arriva l’ultima mail. Il testo è breve, tre parole: “Il tuo Guido”. Ho un tuffo al cuore, pensando a qualcosa che mi può aver inviato mio marito, un biglietto d’amore in allegato, o l’invito a cenare fuori in un ristorante elegante, è tanto tempo che non usciamo la sera, del resto lo capisco, povero Guido, è un brutto periodo questo, con la crisi e tutto il resto, e lui deve prendere delle decisioni spiacevoli, tipo licenziare un po’ di dipendenti per riorganizzare l’azienda…

Ma non me l’ha inviato Guido quel messaggio. Il mittente è Francesco. E io rimango impietrita a rileggere quelle tre parole. Allora l’uomo della fotografia si chiamava Guido. Come il mio, di Guido. E l’aveva sicuramente regalata a una donna. Che poi, per qualche motivo sconosciuto, aveva cancellato la dedica. Senza però buttar via la foto. Mi precipito da Francesco, che se ne sta andando anche lui, ha in mano la fotografia, la agita per aria con un’espressione divertita.
- Allora - mi dice, - che ne facciamo di questa? La rivuoi? E tu cosa mi dai in cambio?

Guido! Guido non viene a casa stasera, ha una cena di lavoro. L’ennesima cena di lavoro. Sono sola, al buio, ho in mano la fotografia di Guido, che mi osserva incuriosito, in attesa di qualcosa, forse adesso che è ricomparsa la sua dedica si aspetta un segno, da me?, lo guardo e lui mi parla, ma non capisco che cosa mi stia dicendo, ho la testa in fiamme, e fuori ammicca una luna pazzesca, vorrei essere lì sul viale a passeggiare, le foglie secche che volano dagli alberi sul controviale, vorrei calpestarle e sentirne il rumore, e respirare intensamente l’aria fresca e tenue di questo fine ottobre.
D’improvviso, l’idea. Nel mio studio ho tutta l’attrezzatura necessaria, me l’ero installata per fare dei test a casa sul nuovo software che stiamo sviluppando sulla trasformazione delle immagini da bidimensionali a tridimensionali, e da questo elaborato creare degli ologrammi. Forse non funzionerà perfettamente, ma perché non provarci, domani al lavoro mi scarico l’ultima versione del programma e nel pomeriggio mi prendo mezza giornata di permesso. E faccio rivivere Guido.


E’ stato facile stamattina convincere il mio capo che era meglio che facessi i test a casa, senza essere disturbata dai colleghi e da mille telefonate, così non ho nemmeno dovuto chiedere il permesso. Sono al culmine dell’eccitazione mentre inserisco il CD nel lettore del computer,  vedermi Guido in tre dimensioni, davanti a me, come se fosse vero, quel ragazzo di tanti anni fa che mi viene a trovare, l’idea mi pervade la mente e il corpo, non riesco quasi a stare seduta sulla sedia, il CD trema nelle mie mani, finalmente è inserito, vai sul programma, la freccina del mouse sull’icona giusta.

Il rumore fastidioso delle chiavi che girano nella serratura della porta d’ingresso. Guido. Guido che arriva proprio mentre sto attivando il software. E’ tornato a casa alle tre del pomeriggio, come è possibile, proprio oggi doveva arrivare così presto!, ho il cuore che mi batte all’impazzata, non voglio che si accorga di quello che sto facendo, spengo tutto e gli vado incontro in soggiorno, lui è sorpreso nel vedermi, si è appena tolto il giaccone, rimane un attimo in silenzio, poi si accorge della fotografia che tengo in mano, si guarda attorno e non ce la fa più a trattenersi, mi urla contro:
- Ma cosa fai qui, invece che essere al lavoro, almeno mettessi un po’ di ordine in casa, sono stanco di tutto questo caos, libri per terra, prendi le cose e non le metti a posto, guarda che roba, e poi il frigo vuoto, sono stufo, hai capito? Che cos’hai lì in mano, ancora presa con quella cazzo di fotografia, mi hai rotto le scatole, finora sono stato fin troppo comprensivo, adesso basta, basta, ora me ne vado a giocare a golf, tu vedi di mettere a posto tutto e soprattutto non voglio più vedere quella fotografia, chiaro?

Io sono confusa, mi ronzano le orecchie, mi accorgo appena che sta rimettendosi il giaccone, che sta cercando con gli occhi la sua sacca da golf, e sento a malapena la sua voce che mi chiede se l’ho vista in giro, con tutto questa confusione non si trova mai nulla, te la prendo io, tesoro, le parole mi escono dalla bocca, perché erano lì, ferme, parcheggiate, in attesa di uscir fuori, ormai senza alcuna connessione con il resto di me, del mio corpo, del mio essere, le pronuncio, senza rendermene conto, così come non mi rendo conto che sto estraendo dalla sacca e afferrando a due mani un ferro 3, ottimo per i tiri ravvicinati e precisi, forgiato, sensibile e potente, come dice la pubblicità, e lo sto portando sopra la mia testa per poi calarlo in avanti con tutta la mia forza…


 - Guido…
- Ciao, piccolo fiore.
- Tu sei…
- Sì, sono io, Guido. Il tuo Guido.
- Ma non è possibile, non puoi essere Guido, tu sei un’ombra, un ologramma…
- Oh, no, sono reale, lo sai benissimo, sono il tuo Guido, l’avevo scritto pure nella fotografia, anche se tu ti eri presa la briga di cancellarlo…
Mi accorgo che sto tremando, non riesco a proferire parola.
- Mi avevi cancellato, amore mio. Ucciso. Sono il Guido dentro di te. Il Guido che avresti voluto. Che avevi dovuto eliminare per accettare tuo marito. Ma non ci sei riuscita, per fortuna, così sono vivo, vero, come nessuna persona reale potrebbe mai esserlo… Ora più che mai, dal momento che l’altro Guido è morto.
Io sto in silenzio, incantata. Una dolcezza languida ed estenuante mi invade il corpo, le gambe molli, il sangue che circola leggero, quasi evanescente. E prima di socchiudere gli occhi dall’emozione sento me stessa sussurrare:
-  … e non mi lascerai mai, vero?
- Mai più tesoro mio. Sono tuo, e lo sarò per sempre.

sabato 31 ottobre 2009

lunedì 28 settembre 2009

giovedì 24 settembre 2009

Intervista al sottoscritto in "Sul Romanzo"


Una mia intervista sull'interessante blog "Sul Romanzo".
Vai a: http://sulromanzo.blogspot.com/2009/09/intervista-ad-alessandro-bastasi.html


Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Ho iniziato a scrivere racconti parecchi anni fa, poi i casi della vita mi hanno deviato su altri percorsi. Ho ripreso qualche anno fa, riflettendo sulla mia esperienza di testimone diretto di un fatto storico tragico e grandioso: la dissoluzione dell’URSS, la fine del PCUS e il trapasso drammatico alla Russia di Eltsin nei primi anni Novanta. Poiché dalla fine del ’90 alla fine del ’93 per lunghi periodi ho vissuto in Russia, ho infatti assistito in prima persona alla trasformazione politica, sociale, culturale di quel paese, l’ho vissuta assieme ai russi con cui lavoravo e con cui ero in contatto. Questa esperienza è stata la molla che mi ha spinto a riprendere in mano la scrittura e a stendere il mio primo romanzo, "La fossa comune", in cui quegli avvenimenti sono non solo lo scenario della vicenda narrata, ma fatti con cui il protagonista si confronta e si scontra. Il fatto che il romanzo sia stato apprezzato da chi l’ha letto mi ha poi convinto a riprovarci con un altro, di tutt’altra ambientazione, ma sempre con lo spirito della testimonianza civile, della riflessione romanzata sulla storia nella quale viviamo, per esplorarne i meandri, gli interstizi, le conseguenze sulle nostre esistenze.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

L’istinto creativo deve essere necessariamente presente, altrimenti non si farebbe letteratura ma, nel mio caso, saggistica o storia. Però, per quello che è il mio modo di intendere la scrittura non è sufficiente. Io produco scrittura se un fatto, una vicenda mi fa riflettere, e mi spinge a condividere con altri queste riflessioni. Quindi l’elemento razionalità deve coesistere con la creatività. Dal loro connubio può nascere una letteratura utile e non solo del rumore, per quanto piacevole possa essere.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Le necessità della vita materiale purtroppo mi impediscono di avere dei metodi rigidi da rispettare, scrivo quindi quando posso, quando mi viene un’idea, quando i personaggi di una storia mi sollecitano a raccontarla. Il mio secondo romanzo, da poco terminato e ancora inedito, è nato così: una lunga gestazione nella mia mente, poi sono stati i personaggi stessi a farsi strada, a sgomitare, a raccontarmi la loro storia, e in due mesi la prima stesura era bell’e che pronta.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Non posso fare a meno, oltre al computer, di post-it e di un piccolo taccuino, nei quali, in fase di preparazione e di scrittura, possa annotare quello che mi viene in mente, uno spunto che, letteralmente, un personaggio mi detta, uno snodo particolarmente felice della storia raccontata… cose del genere, insomma. A volte, soprattutto nella stesura del secondo romanzo, ero per strada e fermavo l’automobile su una piazzola per annotare qualcosa, per non farmela sfuggire.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Amo i classici, i grandi scrittori del passato, sono stati loro a farmi amare la letteratura, a farmi capire lo potenza della parola scritta. In primis Dostoevskij. Poi però sono i contemporanei quelli che vivono e descrivono la nostra epoca, quindi da questo punto di vista li sento più vicini. Non tutti, ovviamente, mi riferisco a quelli che hanno una sensibilità e una concezione della scrittura a me congeniale, da Saramago a Tabucchi, tanto per fare un paio di esempi. Ma pure alcuni recenti scrittori di noir mi stimolano, se per noir intendiamo anche una disanima dello scenario sociale e delle motivazioni che portano alle vicende delittuose raccontate.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

A me sembra che, grazie all’avvento delle nuove tecnologie, il tema cui lei accenna non sia più legato a una localizzazione geografica. Persiste invece, come si diceva un tempo, il problema di “chi detiene i mezzi di produzione”, che in questo caso significa controllo del mercato, distribuzione, diffusione della conoscenza. E, almeno in Italia, l’utilizzo di internet è ancora troppo poco diffuso perché possa essere qui e ora un’alternativa ai canali tradizionali, controllati, appunto, dalle major. Ma la strada è quella, il percorso sarà ancora lungo ma è promettente. A meno che qualcuno non riesca a impossessarsi anche di questo. E purtroppo mi sembra che tentativi in questa direzione siano in corso. Dobbiamo stare allertati.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Me lo ha decisamente migliorato. Non solo perché più vado avanti e più amo scrivere, ma anche perché mi ha consentito di fare chiarezza, prima di tutto nella mia mente, nella mia interiorità, su certi temi, e poi di mettere a disposizione dei lettori le mie riflessioni e i miei dubbi. L’obiettivo della mia scrittura è proporre a chi legge delle rappresentazioni della realtà, del magma in evoluzione che ci circonda e in cui siamo immersi, che siano diverse da quelle “ufficiali”, e stimolare quindi delle visuali, delle angolature, delle percezioni che mettano in crisi, che facciano dubitare. Poi il fatto che questi diversi modi di vedere vengano condivisi o meno non è essenziale, è sufficiente per me che almeno qualche dubbio venga instillato. Se questo accade, il mio obiettivo è raggiunto.

La ringrazio e buona scrittura.



Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. Laureato in fisica all’università di Padova, vive a Milano dove attualmente lavora come amministratore delegato di una società del settore IT. Nella vita ha fatto l’attore e il cronista teatrale, ha scritto molti racconti, pubblicati in vari siti, e il romanzo "La fossa comune" (2008 – 0111 Edizioni). Il suo racconto "Cybernauti" compare nella raccolta "Amore 2.0", edito nel 2009 da Edizioni 9Muse. E’ anche autore del saggio "I mezzi di comunicazione di massa: antitrust e pluralismo" per il movimento Italia Democratica (1994).
Il suo blog è: http://lafossacomune.blogspot.com.

venerdì 11 settembre 2009

Poesia di Andrej Ljublev


Andrej è un importante personaggio del romanzo "La fossa comune", l'alter ego di Vittorio Ronca, in un certo senso. Artista e omosessuale, se vivesse oggi a Mosca Andrej avrebbe sui sessant'anni, e io mi immagino che scriverebbe una poesia come questa:


Ho visto gatti che soffiano impazziti
alle corse affannose dei ritardatari
in una oscura via di Mosca vecchia
alla luce opaca dei lampioni.

Ho visto cani digrignare i denti
alla carcassa di un manzo senza testa
e al macellaio che ride sulla porta
col sangue che gli cola sul grembiule.

Ho visto al parco Gorkj tra i brusii
degli amanti e i colori e i palloncini
gole feroci latrare nei megafoni
a spegnere un sorriso solitario
nel volto dolce di un ragazzo strano.

Voglio riversarmi nelle grigie strade
della Mosca oscena che non è più mia
assieme ai gatti e ai cani e a quel ragazzo strano
ché nel mio buio letto più non veda
un inerte fantoccio dai fianchi molli e pingui.


giovedì 27 agosto 2009

Russia, 1993: l'anno terribile

Correva l'anno 1993, l'anno della resa dei conti definitiva, l'anno che ha visto trionfare nel sangue la Russia di Eltsin e della sua politica filoaoccidentale, e il consolidamento di un'economia pre-capitalistica basata sulla corruzione e sulla rapina.
L'anno che ho raccontato nel romanzo "La fossa comune" (vedi a lato)
Ecco uno struggente video su quell'anno terribile. La canzone che accompagna le immagini s'intitola "Pravda na Pravdu", il gruppo si chiama Ddt.

martedì 28 luglio 2009

Amore 2.0 - amori liquidi e ipertecnologici


Uscirà il 30 luglio ”Amore 2.0 – Amori liquidi e ipertecnologici”, raccolta di racconti edita da Edizioni 9muse, cui ho contribuito anch'io col racconto “Cybernauti”.

lunedì 20 luglio 2009

Terminato il nuovo romanzo! Titolo provvisorio: "La gabbia criminale" - SINOSSI DEL LIBRO

Di seguito la sinossi del mio nuovo romanzo, La gabbia criminale. Editori, fatevi avanti! :-)
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La gabbia criminale è un noir molto sui generis. C’è un delitto, anzi un duplice delitto, c’è un colpevole già processato e condannato nel 1954. Ma quando Alberto Sartini, un uomo di sessantaquattro anni in pensione torna nella casa di Treviso in cui ha vissuto i suoi primi nove anni di vita, i personaggi di quella lontana vicenda cominciano a penetrare nella sua mente, chiedendo a lui di risolvere definitivamente il giallo di tanti anni prima. I piani temporali quindi si sovrappongono e si confondono, così come lo scenario sociale del nordest prevalentemente povero e agricolo di quegli anni con quello attuale del famoso miracolo. Alberto ritrova le sue radici, un vecchio amico, la madre e la sorella, e soprattutto incontra Valentina, la figlia di quel Carlo Bettini finito in carcere innocente 55 anni fa, e sua madre, l’esuberante Eva, moglie di Carlo. Assieme a loro, faticosamente, ripercorre quell’epoca dominata dall’ipocrisia, da regolamenti di conti personali, dal bisogno indotto di ostentazione e di finto decoro. E mentre il fratellastro di Valentina cade vittima del nuovo odio imperante, quello verso i diversi, siano essi clochard o migranti, le ombre dei morti conducono Alberto verso la inaspettata soluzione dell’antico giallo.

Molti sono i personaggi che agiscono in questo romanzo, personaggi di ieri e di oggi, da Borghetto il fascista all’infame Dotto, da Caterina la matta alla misteriosa Maria la Longa, cui fanno da contorno le donne e gli uomini del borgo, i bambini compagni di giochi e di scuola di Alberto, il maestro Ferrara e tanti altri, in una girandola corale tesa a comporre il mosaico di un contesto sociale appartenente a tempi non così lontani come potrebbe sembrare. Il vero protagonista del romanzo è però il familismo amorale che caratterizza, ieri come oggi, una certa compagine sociale, per il quale non esistono valori come la solidarietà e il bene comune, ma solo la difesa a oltranza del proprio particulare. Ed è questo il sentimento, in definitiva, che può trasformare un nucleo familiare in una vera e propria gabbia criminale.

mercoledì 20 maggio 2009

L'ILLUMINAZIONE DI NORTON - Racconto di Alessandro MAGHERINI

            Lo chiamavano Norton per via della sua motocicletta d’antiquariato. C’era, però, anche chi lo chiamava Biscia a causa della magrezza e chi McDope per il suo impressionante consumo di sostanze psicodislettiche.

            Suo cugino Felipe viveva a Lima nel quartiere di San Isidro, in una villetta della Belle époque dalle cui finestre si vedeva il Pacifico, una cinquantina di metri più sotto, cercare di mangiarsi la spiaggia per arrivare a cozzare contro la scogliera.

            Felipe si riforniva di cocaina in un laboratorio – una cocina, diceva lui – di Lima Vieja, e poi la spediva a Norton nascosta dentro scatole di sardine, una confezione speciale prodotta da un’industria conserviera del Callao.

            Era merce di ottima qualità che Norton tagliava con una parte di lattosio, e rivendeva a Milano con buoni profitti in certi ambienti modaioli di sua conoscenza. Così manteneva se stesso, il cugino peruviano e un grosso gatto soriano che aveva chiamato Hieronymus, un nome che doveva sembrare pomposo al felino stesso ma che per lui era molto significativo data la sua passione per l’autore delle Tentazioni di S. Antonio.

            Commerciava anche una ganja che riceveva periodicamente da una socia nigeriana e andava fiero di essere rimasto uno dei pochissimi pusher indipendenti in circolazione, in un mercato dominato dai grandi racket.

            Sebbene amasse l’eccesso, sapeva praticarlo con discrezione. Manteneva buone relazioni con i vicini di casa, che lo conoscevano come artista e musicista (era un virtuoso della chitarra e del sitar), nonché come studioso di storia, redattore di voci per enciclopedie.

            Le sue ricerche vertevano principalmente sulla storia dell’alimentazione, una chiave fondamentale, a suo parere, per la comprensione delle vicende umane. In particolare considerava sciagurata per l’Europa l’introduzione del mais e della patata – avvenuta in seguito alla scoperta dell’America –, che aveva provocato il declino della coltivazione della segale. Si era spenta, così, una cultura magica caratterizzata dall’uso di facoltà visionarie, di cui era testimonianza l’opera di certi pittori fiamminghi – Bosch prima di tutti – dediti al consumo di bevande prodotte con segale cornuta carica di acido lisergico.

            Per Norton ciò che per i più è vizio era una religione: conosceva dottrine segrete di adepti indiani della “Via del veleno”, per i quali l’uso di droghe è una sfida continua a sviluppare la consapevolezza, allargando a dismisura – nell’esplorazione degli stati alterati – l’area della coscienza.

            Talvolta si ritirava con pochi compagni in una casetta che aveva ereditato da una zia sulle Prealpi bergamasche, dove era riuscito a ricreare in una serra le condizioni microclimatiche necessarie alla crescita di certi funghi allucinogeni colombiani che spuntano sugli escrementi di vacca.

            Non era incline alla conversazione leggera. Piuttosto amava il silenzio e la contemplazione. Della cocaina non apprezzava la facile ebbrezza, il senso illusorio di potenza, e non era certo preda di quegli effetti che portano spesso il consumatore a perdersi in farneticazioni paranoiche autoreferenziali. No: lui era sempre in volo ma la sua mente era sgombra e presente. La cocaina era la sostanza della sintesi portata all’estremo, serviva a trovare la nota giusta, la frase assoluta nell’esecuzione di un raga o in un’improvvisazione jazz: a cogliere l’attimo, la sincronia, l’essenza.

            Nel suo abbaino fra i monti aveva nascosto il tridente shivaita che simboleggiava il suo percorso spirituale: creazione, distruzione, conservazione – i princìpi della sacra Trimurti – erano le leggi che si applicavano alla sua vita. Una pianta di ganja, con le sue foglie lanceolate, ne era il veicolo rituale: coltivata, consumata, conservata nel seme capace di dare vita ad un nuovo organismo in un ciclo sacrificale continuo.

            Lo psilocibe gli permetteva di cogliere l’anima delle piante durante lunghe camminate nei boschi. L’Lsd, che un antico reduce delle battaglie di Oakland produceva ancora nel suo laboratorio a Big Sur, era la porta della Visione.

            Fu con un vago senso di premonizione che la sera del 3 marzo 2003 tirò fuori dalla libreria la sua copia consunta del Paradiso dantesco.

            Lo aprì come spinto da una forza che lo trascendeva e di cui si fidava istintivamente, andò subito al trentesimo canto e a voce alta lesse:

 

e vidi lume in forma di rivera

fulvido di fulgore, intra due rive

dipinte di mirabil primavera.

 

            Allora accadde qualcosa che attendeva da migliaia di vite e tuttavia non aveva previsto: quel fiume scintillante si gettò su di lui dalle pagine del libro e lo sommerse trascinandolo in un percorso elicoidale ascendente che andò a perdersi fra le stelle dell’universo.

            Felice, Norton – ma aveva ancora un nome? Era ancora “qualcuno”? – si era abbandonato a quella corrente luminosa. Attraversando galassie, vide esseri che si affaticavano in mondi sconosciuti, animali dalla forma ignota, e in tutto quel fulgore osservò il proprio volto che splendeva più d’ogni altra immagine. Restituito a se stesso ebbe la visione dell’Eterna Contemporaneità, e in essa si riconobbe.

            Quando il dottor Mazzoleni stilò il referto della sua morte disse che l’ictus gli aveva fatto saltare il cervello.

            La cosa inusuale era quell’espressione del tutto priva di smorfie: quella faccia beata.

giovedì 14 maggio 2009

Intervista di Alessandra Di Gregorio

Da: http://scritturainforma.wordpress.com/2009/05/03/alessandro-bastasi/

Oggi parliamo con Alessandro Bastasi, autore di La fossa comune.
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intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

Perché sono curioso, per ricercare, scavare nella psiche, nelle relazioni tra gli essere umani, nei risvolti sociali (e anche politici) di queste relazioni. Perché questo è anche un modo per costringermi a riflettere a fondo sulla condizione umana, e a condividere con altri le mie domande, le mie riflessioni. Non è un “mestiere”, è in qualche modo una necessità.

A: Scrivere. Cosa?

Storie, romanzi, racconti. Scrivere una storia mi consente di attraversare un tema che mi sta a cuore in profondità, in tutte le sue sfaccettature.

A: Tu come scrittore. Chi sei e come ti poni?

Sono un professionista, con un buon lavoro, ma che ha fatto l’attore (e saltuariamente lo fa ancora, soprattutto con dei film-maker indipendenti amici “d’arte”), ha fatto il cronista teatrale, e, appunto, ha scritto racconti vari e un romanzo, e intende continuare a scrivere. L’approccio al mondo della scrittura mi è venuto quasi naturale, essendo così forte in me la passione per l’espressione artistica.

A: La penna per te corrisponde a…?

A esprimere idee, instillare dubbi, scoprire relazioni, condividere sentimenti

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Prima di pubblicare “La fossa comune” scrivevo racconti, mi nasceva un’idea in testa e ci sviluppavo una ministoria, che poi pubblicavo in qualche sito letterario, ma così, senza particolari ambizioni. Poi, dalla mia esperienza in Russia, dove avevo raccolto in vari appunti quello che era successo dal 1990 al 1993, “La fossa comune” si è formato quasi da solo nella mia testa, evidentemente urgeva dentro di me la necessità di una riflessione sulla caduta del muro e sulla dissoluzione dell’URSS, con tutto quello che ne seguiva in termini di crollo di un’ideologia. Ed è nato il libro. Poteva anche essere un’esperienza fine a se stessa, ma i commenti di amici che avevano letto il manoscritto e l’accoglienza del libro pubblicato mi hanno quasi imposto di continuare, anche per non tradire le aspettative e la fiducia che il romanzo ha generato. Infatti sto scrivendo il mio secondo romanzo.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Realistico, perché gli scenari, dialoghi, le sensazioni si riferiscono a situazioni reali, storiche.
Epico, perché tende a includere “Grandi Narrazioni” (es. il passaggio dall’URSS alla Russia di Eltsin.
Introspettivo, perché tende a descrivere in ogni caso il processo psicologico nelle relazioni con la “Grande Narrazione”.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

“La fossa comune” si può leggere come una sorta di thriller politico, dove un uomo proveniente da devastanti esperienze professionali e affettive approda nella Russia dei primi anni ’90 e si fa coinvolgere in un attentato al presidente Eltzin. Si può leggere come analisi spietata di un contesto sociale e politico, oppure come romanzo psicologico che affronta il dramma di un uomo che non è in grado di affrontare (o meglio, di accettare) una realtà diversa da quella che lui sognava da giovane, ed è quindi alla ricerca di un contesto che gli consenta di essere finalmente se stesso.
Il libro quindi ha diversi livelli di lettura, diverse angolature dalle quali osservare un evento epocale della nostra storia recente, la caduta dell’URSS e di quello che, simbolicamente, questa ha rappresentato nelle coscienze di una certa generazione.
E’ stato detto che il libro, oltre a una buona scrittura, offre spunti di riflessione molto interessanti e coinvolgenti: motivo di più per acquistarlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

1. Argomento da trattare
2. Idea della storia da costruirci attorno
3. Personaggi/immaginare il loro vissuto/caratteristiche psicologiche
4. Linguaggio, simboli, semantica
5. Struttura del romanzo (scaletta)

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

La mia non è scrittura per mestiere. Come ho detto, deve esserci un’idea forte che mi stimola il ricorso alla penna. In questo senso si può intendere “metabolizzare esperienze biografiche”. Ad esempio, nel libro che sto scrivendo attualmente l’idea forte è il rapporto tra evoluzione personale e ambiente in cui si vive, soprattutto in tenera età. Lo scenario è un’Italia di provincia degli anni ’50, con le sue ambiguità e le sue speranze.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Un libro è finito, che vada per la sua strada. Ce n’è un altro da scrivere, è questo che bisogna coccolare, adesso.

giovedì 7 maggio 2009

Alessandro Bastasi alla Fiera del Libro di Torino, da "Carta e calamaio"


Seconda edizione per La fossa comune di Alessandro Bastasi che presenterà il romanzo nella nuova veste alla Fiera del Libro di Torinosabato 16 maggio 2009, ore 17.00, al Padiglione 1- stand A54-A56.
In bilico tra il thriller politico e il romanzo storico, La fossa comune(0111 Edizioni) racconta le vicissitudini di Vittorio Ronca, un uomo che, dopo devastanti esperienze professionali e affettive, approda nella Russia post-sovietica dei primi anni ‘90, dove viene coinvolto in un attentato al presidente Boris Eltzin. Pagina dopo pagina, però, quello che emerge dal romanzo è soprattutto il ritratto di una generazione, quella che aveva vent’anni nel 1968, destinata fin dall’inizio a scontrarsi con una realtà spesso irriducibile ai suoi schematismi. E sogni e ideali, stritolati in tale scontro, non possono che finire in una fossa comune.
Anche se si tratta di un romanzo, La fossa comune racchiude in sé tutto il valore documentario di un diario, poiché è il frutto delle reali esperienze dell’autore che si è trovato a vivere, per motivi di lavoro, nel periodo in cui la Russia ha subito il grande passaggio dall’URSS all’era di Eltsin.
« Nel corso della mia permanenza – spiega Alessandro Bastasi – ho assistito, giorno per giorno, al processo di dissoluzione del vecchio regime e alla nascita del nuovo e, giorno per giorno, annotavo quanto avveniva sul piano economico, sociale e politico. Non avevo ancora l’idea di scriverci sopra un romanzo, erano appunti sparsi per un utilizzo da definire. Poi nasce l’dea di mettere a confronto con questo processo il vissuto politico-culturale, ma soprattutto personale, di un ex sessantottino. Ho quindi costruito il personaggio e l’ho calato nella bolgia della Russia di quegli anni. »
“Il romanzo di Bastasi è dunque una storia che si muove, con disinvoltura e precisione, dentro la Storia (quella con la “S” maiuscola”) ma è anche la vicenda di un uomo, il protagonista, Vittorio Ronca, disegnato con profondità e intensità.” (Carlo Menzinger)
“Credo che il dato maggiormente rilevante del testo sia la passione. Si, la passione per qualcosa nella quale si crede svisceratamente, completamente, tanto da affidarle i propri sogni, le proprie speranze, la propria vita. Ho avuto l’impressione che la profondità di tale sentimento attribuito al protagonista non possa aver avuto origine direttamente sulla carta: ho sentito il cuore di Alessandro battere furiosamente all’unisono con quello del suo personaggio.” (Monica Caira)
“La fossa comune si può leggere come storia in sé. E’ gradevole, scorrevole, scritta con indubbia maestria. Davvero, potete leggerla così e poi magari scriverci sopra un bel riassunto. Oppure potete vederci la critica, schietta, leale e soprattutto “ di parte” , alla gangrena del neocapitalismo selvaggio, del profitto ad ogni costo, dei soldi facili, con cui comprare tutto e tutto corrompere, tutto sporcare. Dico “ di parte “, perché è un sollievo vedere che c’è ancora qualcuno capace di schierarsi, di dire da che parte sta, in quest’epoca di centrismo, di disimpegno, di ignavia spacciata per equilibrio e di equilibrismi spacciati per saggezza.” (Alessio Pracanica)
Bastasi parlerà del suo romanzo anche domenica 17 maggio, ore 15.00, nell’ambito di La prima volta di (Fuori Fiera alla 3 – Padiglione Esterno della Fiera Internazionale del Libro, Area Pedonale “Grattacielo Lancia” – via Caraglio angolo via Lancia).
Alessandro Bastasi è nato a Treviso il 21 ottobre 1949. Laureato in fisica all’università di Padova, attualmente vive a Milano e lavora come amministratore delegato di una società nel settore ICT.
Nella vita ha fatto l’attore e il cronista teatrale, ha scritto racconti vari e il romanzo, “La fossa comune”. L’approccio al mondo della scrittura gli è venuto naturale, essendo forte in lui la passione per l’espressione artistica. Quando una tematica gli sta a cuore la approfondisce e il modo migliore per chiarirsi le idee è proprio scrivere una storia che attraversi quel tema in profondità.

mercoledì 6 maggio 2009

Venerdì 8 maggio, alle 17:00, al Centro Libri Larizza di Solaro (MI)

La fossa comune parteciperà alla Prima Rassegna di Piccoli Editori in Libreria, nel Centro Libri Larizza di Solaro (MI). 
L'autore incontrerà i lettori venerdì 8 maggio alle ore 17:00

lunedì 4 maggio 2009

Alessio Pracanica presenta il suo "Racconti dell'età del rap"

Venerdì 15 maggio a Monza avrò il piacere di presentare il libro di Alessio Pracanica "Racconti dell'età del rap". Di questo libro ho scritto: 
"E’ un romanzo, questo libro di racconti, come si può considerare un “romanzo” I quarantanove racconti di Hemingway. Non importa che i personaggi, nei ventidue racconti di questo libro, si muovano al giorno d’oggi, ai tempi di Enea o nel futuro, non importa che le location siano le più svariate e scollegate tra di loro, è la inesauribile capacità di affabulazione dell’autore che funge da collante, il ritmo, la struttura, le atmosfere. 
Di Alessio Pracanica mi sembra di sentire la voce, lui non scrive, racconta, come raccontavano i cantastorie della sua terra o come raccontavano i contadini veneti, la sera, al fresco dell’estate sull’aia o dentro il caldo dell’inverno nelle stalle. 
E’ la musica, è la magia della narrazione che incantano il lettore, la grande capacità di questo autore di trascinarti senza soluzione di continuità in atmosfere le più variegate: da surreali a maledettamente concrete, dagli spazi immensi delle Intestates statunitensi al chiuso di una stanza d’albergo dove si consumano i drammi della più desolata solitudine, dalle ironie maliziose di chi, di fronte a boriosi saccenti dimostra di conoscere davvero la realtà della vita, alla crudeltà del vivere in quest’epoca fatta di conformismi feroci cui si tende a conformarsi pena l’esclusione sociale, fino alla consolazione di un piccolo evento cui aggrapparsi, fosse solo una sigaretta sgualcita trovata nel fondo delle tasche, un piccolo evento che uno se lo può portare a casa, coccolarselo, lavorarci sopra e rimodellarlo per dare una speranza a una vita senza senso. 
E’ un romanzo, dicevo, e il tema è appunto a mio parere la solitudine, l’incomprensione reciproca che porta a una sorta di autismo collettivo, alla crudeltà nascosta nelle pieghe di un vivere “civile” che da un lato la nega dall’altro la consuma nelle relazioni malate, nella tristezza che si fa rancore, nella negazione di un gesto di solidarietà.
Tutto ciò traspare sia dall’architettura di questo insieme di racconti, sia dallo stile, o meglio, dagli stili che Pracanica usa con maestria, a seconda del contesto in cui colloca il suo raccontare, e dal ritmo rap che complessivamente ne scaturisce, dalla circolarità di alcuni “capitoli” di questo tutt’uno, con a volte ripetizioni di frasi quasi fossero un refrain, dal virare verso finali imprevedibili di una storia che trascorre fino a un certo punto su binari desolati ma lineari … 
Un libro importante, questo di Pracanica, che disegna un panorama criticissimo della società contemporanea, con poche piccole speranze. Un libro dove si coglie una cultura letteraria profonda, elaborata e rimescolata secondo una cifra molto personale, con assonanze colte che vanno dalla migliore letteratura americana fino a Cesare Pavese (non a caso), solo per citarne un paio."



mercoledì 22 aprile 2009

CYBERNAUTI


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- Perché dici che non lo possiamo fare?

- Perché così mi sembra triste ...

- E dai! Ci sono io vicino. Sono tua complice. Anzi, sono parte di te, l’hai detto tu, no?

- Lo fai anche tu?

- Sì. Non lo vedi?


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Il Dirigente della Grande Azienda aveva letto il profilo su Facebook della Bella Ragazza Bruna. Tunisina, capelli neri, occhi nocciola, single, aggressiva e passionale.  Erano le tre e mezza di notte.


Vedovo, cinquantasei anni, due figli grandi, sposati, una vita tutta dedicata alla Compagnia, stava surfeggiando senza entusiasmo tra i gruppi del libro delle facce, dove trovava gli interventi più disparati, da una ricetta per fare la torta coi pinoli alle minacce contro gli immigrati del leghista di turno.  Cliccando a caso sui vari nomi che comparivano uno in fila all’altro nelle sezioni di facebook , si era incuriosito per il nome della donna, aspro da pronunciare, con una j, due h e una w. C'era anche una foto, ed era stato allora che aveva fatto un salto sulla sedia. Dio, che splendore …


"Gentile sconosciuta, ho letto il ritratto che lei fa di sé, e devo dire che mi ha molto colpito. Lei, in poche righe, riesce a suggerire un universo femminile carico di promesse e di aspettative. Mi piacerebbe molto conoscerla. Nel frattempo le invio una richiesta di amicizia. Un caro saluto."


Non aveva mai inviato messaggi del genere, a nessuno, mai, in tutta la sua vita. Ma la notte è pericolosa, in rete. Cadono difese, inibizioni. E dall'altra parte c'è gente sola, insonne ... esattamente come lui. "Sono matto!" pensò il Dirigente. Send. Vai!


La risposta gli arrivò subito, con un invito a chattare.

- Amicizia accettata. Ho letto il messaggio. E anche il tuo profilo. Come sei formale!
- Be', io ... non sono ancora abituato a questo tipo di rapporti
-  Strano, eh? :-))

-  Che cosa vuol dire ‘:-))’?

- Prova a chinare la testa verso sinistra. Vedrai due occhietti, un naso e un sorriso. E' una "faccina".

- E' vero! Che simpatico! :-))

- Ma tu che fai nella vita?

- Lo hai letto. Sono un Dirigente d'azienda. e tu?

- Giornalista, sono corrispondente economica per un giornale di Tunisi.

- Interessante ...

- Senti, perché non ci vediamo? Domani sera, in San Babila, davanti al Teatro Nuovo, alle sette.

- Ehi ... vedo che non perdi tempo!

- Perché dovrei?Tanto il tempo non esiste.

- Ma guarda che io ... ho cinquantasei anni ... e tu ne hai trenta.

- E allora?


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Già. E allora? Al Dirigente veniva da ridere. Andò in bagno, a lavarsi i denti. Non riusciva a togliersela dalla testa. Gli veniva da ridere, sì, ma era una reazione che gli saliva dallo stomaco, il battito del cuore appena un po' più rapido del solito. Si guardò allo specchio. I capelli ... brizzolati, più scuri che bianchi, però. Pepe e sale. La pelle del viso ancora soda, di un colorito accettabile. Denti perfetti. Non fosse per quegli occhi un po' troppo miopi ...


Il giorno dopo in piazza San Babila aspettò per un'ora, fino alle otto. Poi se ne andò, stizzito e offeso per il bidone che quella tizia gli aveva tirato. Come se lui avesse tempo da perdere con le ragazzine!


Alle nove era collegato. E trovò un messaggio in mailbox, delle ore 16:50.

 

"Scusami tanto, ma non penso di arrivare stasera. Mi ero sbagliata e non so come avvertirti, non ho il tuo numero di telefono. Ciao ciao."


D’improvviso tutta la rabbia gli passa. Sorride, comprensivo.

 

"Non importa, cara sconosciuta, sono stato uno sciocco a non pensarci. Il numero del mio cellulare è 349-243567 ... Che ne dici di vederci domani?"

 

Ogni cinque minuti va a vedere chi è in linea, ma il nome con una j, due h e una w non compare.  Non c'è nemmeno l'ultima volta che ci guarda. Sono le due di notte. Spegne il portatile, va in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Si prepara per andare a letto. Poi ci ripensa.


Forse è sulla guida telefonica.

 

Riaccende il computer. Pagine bianche ... No, niente ... Chissà, forse vive con un'amica ... o un amico! Che strano! Si rende conto solo ora che non sa nulla di lei. Magari è sposata, ha dei figli ... Magari quella della foto non è nemmeno lei ... Che ne sa, lui ...

 


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- Come mi immagini?

- ... come nella foto ... bruna, occhi da incanto. Mi immagino che ridi buttando la testa all'indietro, con allegria ...

- Bello!

- Non è così, forse?

- ....

- E allora?

- Be', non lo so, sì, forse ... :-))

- E io? Come pensi che sia?

- Con te è più difficile, non c'è la foto!

- Dai, prova.

- Dunque ... sei non tanto alto, capelli radi ...

- Nooooo :-)) Sbagliato! I miei capelli ce li ho tutti.

- Aspetta! ... hai le labbra sottili di chi è abituato a comandare. E gli occhi tristi ...


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Pesano le giornate, nella solitudine della Sala del Consiglio. Il Dirigente della Grande Azienda scarabocchia figure geometriche appuntite e nastri di Moebius sulla carta immacolata della sua cartellina di cuoio. Una voce lontana arriva dall'ultima poltroncina in fondo a destra. Quando il Presidente del Consiglio d'Amministrazione lo interpella sul Piano  operativo dell'ultimo trimestre, conferma di non avere niente da dire. Non si accorge del silenzio imbarazzato con cui tutti lo stanno fissando.



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- Ma perché non vuoi che ci vediamo? Eri stata tu a proporlo.
- Sì, ma ho cambiato idea. Ho paura che roviniamo tutto. A me sembra che ci conosciamo molto meglio in questo modo, non trovi?
- Sì, ma io vorrei ...

- Magari mi trovi brutta, non ti piace il mio sguardo, non ti piace come mi vesto ...

- Ma tu hai trent'anni, e io cinquantasei! Che razza di paure sono?
- Insomma ... no! Non mi va.

-  ....

- Ehi, ci sei o ti sei addormentato? :-))

- No, no, sono qua. E' che ...

- Che ... cosa?

- .. che così non so neppure se ... esisti!


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Il Dirigente si alza dalla sua scrivania, e si avvicina all'ampia finestra, da cui si vede un grande prato verde, con l'erba perfettamente tagliata, e, più lontano, una fila di alberi tutti uguali, tutti potati nello stesso modo. Oltre gli alberi, la stradina interna, con un furgone che avanza lentamente, e con la coda grigia degli impiegati che si recano in mensa per la pausa di mezzogiorno. La segretaria entra svelta e furtiva,  portandogli un toast e una spremuta d'arancia, e fugge via, rapita dalla fame che ormai si fa sentire. Ora è solo, nel suo scranno, mentre mastica in silenzio, attento a non spargere briciole sul ripiano di pelle. Gli viene un grande sonno. Ha bisogno di un caffè.



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- Adesso tu hai un vestito rosso, lungo fino ai piedi, con uno spacco mozzafiato che ti lascia scoperta tutta la gamba ...

- :-)))

- Anzi, no, lo spacco è sul davanti, fino alle mutandine.

- Non le porto ...

- Allora ... si vede ...

- Tu che dici?

- Sì, adesso che sei seduta secondo me si vede … senti, ma perché non attiviamo una web cam?

- NO! Continuiamo così. Dunque … tu invece hai una maglietta bianca, e dei pantaloni neri. Di cotone.

- No. Niente di tutto ciò! :-)))


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Chissà com'è davvero, la sua segretaria! Lui la vede tutti i giorni, sempre ben pettinata, a posto, con vestiti castigati ma alla moda, occhiali rotondeggianti, un sorriso per ogni circostanza. Ha i capelli raccolti sulla nuca, mai il Dirigente glieli ha visti disciolti sulle spalle. Cerca di immaginarsela, ma è difficile.
- C'è qualcosa che non va? - gli chiede, notando come lui la stia fissando.
- No, nulla - si scuote lui - stavo solo pensando alcune cose ...
Lei se ne va, scrutandolo con la coda dell'occhio, cercando di indovinare quali siano i pensieri che da un po’ di tempo gli frullano sicuramente in capo.   

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- Sento che non stai bene ...

- Ma no, sta’ tranquillo, va tutto bene.

- Cristo, non poter far niente!

- ... no, non puoi far niente.

- Ho voglia di te, sai, un sacco di voglia!

- Anch'io. Non andartene. Abbiamo ancora tempo.

- Figurati se me ne vado!  ... Tu ... tu non sai che cosa mi hai dato, mai avrei pensato di provare emozioni così forti, prima di conoscerti ...

- :-))

- Vorrei vederti ... incontrarti!

- No! Non voglio. Non ora.

- ...

- Che cosa c'è ... ti ho ferito?

- No ... E' strano ...

- ... dimmi ...

- Mi sono accorto d'un tratto che in fondo non ardo più come prima dal desiderio di vederti ... che il termine "conoscerti" non è più adeguato. Ormai io ti "percepisco", senza mediazioni, come se tu facessi parte di un "me" più ampio ... E' una sensazione che mi mette a disagio,  ma è molto autentica, naturale, sa di antico …


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Non dorme più, la notte. Dorme di giorno. Ha rassegnato le dimissioni.
Il libro delle facce è costantemente aperto.


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- Perché dici che non lo possiamo fare?

- Perché così mi sembra triste ...

- E dai! Ci sono io vicino. Sono tua complice. Anzi, sono parte di te, l’hai detto tu, no?

- Lo fai anche tu?

- Sì. Non lo vedi? Mi sto già toccando.


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Lo trovano così, con le mani appoggiate sulla tastiera del computer, la testa reclinata su una spalla. Sullo schermo, alcuni caratteri che saltano da un punto all’altro. Sono delle j, delle h e delle w. Nel fondo delle sue pupille, l’immagine di una donna dai capelli neri e dagli occhi color nocciola. Quando lo spostano dal tavolo da lavoro per comporlo nel sacco di plastica, le sue mani hanno un lieve tremito. Solo un attimo, però. Poi un gemito soffocato seguito da un clac metallico. Gli infermieri si voltano di scatto, con una sorta di timore inespresso. Ma è solo lo schermo del portatile che si spegne. I due si guardano, un sorriso tirato, lo zip veloce della chiusura del sacco, i loro passi pesanti sul pavimento di legno, la porta che si richiude con fracasso.

 

Passa un minuto. Due. Cinque.

 

Plic. Al centro dello video compare una piccola timida luce azzurra. Poi  i colori, a invadere tutto lo schermo. Infine una voce calda, femminile, passionale:

 

- Lo desideravi tanto, eh?

- Sì.

- Ora staremo insieme. Per sempre. Ti aspetto.